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(Rivai
d'Arsiè,
BL, 6 aprile 1886 - Castelmonte, 22 dicembre 1953)
P.
Arcangelo (Antonio De Marchi) nacque a Rivai d’Arsiè (Belluno) il 6 aprile 1886 e fu
battezzato il medesimo giorno. Entrò ancor ragazzo nel seminario dei
Frati Cappuccini e il 25 maggio 1901 vestì il loro abito nel convento di
Bassano. Fu ordinato sacerdote l'8 novembre 1908. I superiori,
riconoscendo in lui non comuni doti di pietà e di intelligenza, lo
inviarono alla Pontificia Università Gregoriana in Roma, dove conseguì
la laurea in Filosofia (1914). Insegnò Teologia a Padova e Filosofia a Thiene.
Dal 1916
al 1918 fu cappellano militare. Di animo nobile e sensibilissimo, fu
così colpito dalle miserie morali e fisiche, cui dovette assistere, che
ne soffrì anche nella salute. Ritornato in convento, i superiori lo
destinarono al santuario della Madonna di Castelmonte, sopra Cividale del Friuli (Udine), ove rimase per
34 anni, fino alla morte.
Il suo
pensiero era continuamente assorto in Dio. La sua fede luminosa si
esprimeva nella edificante celebrazione della S. Messa, e il suo amore
alle anime nel ministero della confessione, nella quale si mostrava così
paterno che tutti i pellegrini avrebbero voluto confessarsi da lui ed
avere la sua benedizione. Umilissimo, con una semplicità infantile
sapeva nascondere i tesori di virtù e di scienza dei quali era ricco.
Verso la fine del novembre 1953, nell'ospedale di Cividale, fu
sottoposto ad un doloroso e difficile intervento chirurgico, che egli
sopportò con ammirabile serenità, stringendo il Crocifisso e ripetendo
la sua consueta giaculatoria: “Gesù, Maria, vi amo; salvate le anime”.
Riportato al santuario, spirava dolcemente il 22 dicembre 1953. La sua
venerata salma riposa nel piccolo cimitero di Castelmonte, sotto lo
sguardo della Madonna bruna che egli tanto amò e fece amare e lodare.
La fama
di santità, da cui era circondato in vita, si diffonde ogni giorno più.
Molti attestano di aver ricevuto grazie per sua intercessione. Chi ne
fosse favorito, è pregato di darne notizia al: P. Rettore - Santuario B.
Vergine - 33040 CASTELMONTE (Udine)
NOVENA ALLA SS. TRINITÀ
Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, noi ti adoriamo e
ti ringraziamo per i molti favori celesti di cui hai arricchito il tuo
servo fedele P. Arcangelo. In vista dei suoi meriti e delle sue virtù,
specialmente della fede vivissima, della profonda umiltà e
dell'evangelica semplicità, ti preghiamo di volerlo glorificare in terra
e di concedere a noi la grazia che domandiamo. (3 Gloria)
A
MARIA SANTISSIMA
O Vergine Santissima, Regina e Madre nostra, o cara Madonna di
Castelmonte, degnati di esaltare P. Arcangelo, tuo dilettissimo figlio,
che ha speso tutta la vita per amarti e farti amare; e per amar suo
ottienici la grazia per cui ardentemente ti supplichiamo. (Salve, o
Regina)
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Fr. Matteo da
Pozzolo,
questuante
(Pozzolo
di Villaga,
VI, 9 febbraio 1906 - Schio, VI, 3 giugno 1989)
Alcuni
titoli di giornale alla morte di fr. Matteo: “Profondo dolore per la
scomparsa di fra Matteo, esempio di altruismo e umiltà”. “Si è spento
fra Matteo”. “Una folla enorme ha dato l'addio a fra Matteo”. “Il
poverello amato da tutti. Frate Matteo ad un mese dalla morte”.
“Fra Matteo” e basta, senza altre denominazioni! Espressione chiarissima
e calda d'affetto della vasta popolarità acquisita dall'umile questuante
cappuccino. La sua memoria è intatta, tuttora in benedizione.
La sequenza di persone di tutte le estrazioni che dal 3 al 5 giugno
(giorni della morte e della sepoltura) salì devota al convento dov'era
composta la salma, per salutare il caro fratello e amico non si arrestò
con il funerale. I custodi del cimitero cittadino assicurano che la
tomba di fra Matteo è meta continua di gente che sosta in preghiera. Ne
fanno garanzia i fiori che si rinnovano, i ceri numerosi che ogni giorno
mani amiche accendono sulla sua tomba.
Di fronte a un compianto così unanime e persistente ritorna d'istinto
alla mente la domanda stupita di fra Masseo a frate Francesco: “Perché a
te?...”.
Chi era fra Matteo? Il p. Provinciale, p. Raimondo Ambrosi, nell'omelia
tenuta nella chiesa di San Francesco, affollatissima, durante il rito
funebre disse tra l'altro: “Fra Matteo, tutti sappiamo, è personaggio
unico nel suo genere. Originale se volete. Uomo, mi diceva qualcuno,
nato fuoritempo, fuori del comune. Quasi, quasi si potrebbe dire che
sarebbe stato bene con i primi compagni di Francesco, i quali erano
semplici, idioti - è Francesco che lo dice - e sudditi a tutti. Stava
bene con fra Masseo, con fra Egidio, con frate Leone. Oppure anche con i
primi cappuccini. Con San Felice da Cantalice il quale non sapeva più di
sei lettere: cinque rosse (le piaghe di Gesù), una bianca
(l'Immacolata). Oppure anche con fra Matteo Pedrazza da Schio, con San
Crispino da Viterbo; questi nostri fratelli che avevano occhi a terra,
mente in cielo, corona in mano, e sempre sereni, sempre contenti”.
In famiglia
Fra
Matteo, al secolo Torquato Zorzetto, era nato il 9 febbraio 1906 a
Pozzolo di Villaga sui colli Berici. Ameni i colli, ma la vita dei
Zorzetto era dura, stentata, stretta dalla povertà e dal lavoro quasi
disumano. Ripensando agli anni trascorsi in famiglia fra Matteo talvolta
esclamava scuotendo la testa: “Mamma mia, e su e giù, quanto lavorare”.
E per dimostrare all'evidenza che i sacrifici richiesti dalla vita
conventuale sono niente al confronto, raccontava del vecchio mulino
acquistato dal padre, azionato da un torrentello laggiù nella valle,
abbarbicato alla roccia. Il mulo non ce la faceva a trainare il carretto
su per l'erta scoscesa. Allora lui, fra Matteo, si caricava ad uno ad
uno i sacchi di farina sulle spalle e su arrancando fino alla strada da
dove partiva per la distribuzione del grano macinato attraverso
carreggiate impervie di un saliscendi scoraggiante.
Nato per servire, era anche il braccio destro del parroco. Suo, tra
l'altro, il compito di prelevare e riportare le pellicole del cinema
parrocchiale. Descriveva, ridendo, la scenetta pittoresca: caricava
tutto su un carrettino a ruote di legno che legava alla bicicletta e via
per una strada tutta buche e sobbalzi tra lo sferragliare assordante
delle bobine.
In convento
A 42
anni, il 3 febbraio 1948, arriva al nostro convento di Schio con il
desiderio di vestire l'abito di San Francesco come terziario oblato. Ma
per il futuro povero fra Matteo non c'è pace e la musica non cambia !
Si stava lavorando al restauro del conventino fatiscente per incuria e
per l'assenza forzata dei cappuccini da 170 anni. Si lavorava al
risparmio, senza un'impresa edile con un minimo di attrezzatura.
Torquato arrivava giusto, giusto al bisogno. Così nel primo periodo vive
in convento lavorando come manovale, ancora una volta su e giù per le
scale interminabili. Finalmente, il 21 novembre 1948, festa della
Presentazione di Maria, veste l'abito di terziario oblato prendendo il
nome di fra Matteo appunto, in ricordo del p. Matteo Pedrazza da Schio
fondatore del convento, cappuccino tra i più illustri degli inizi
dell'Ordine.
Frate Cappuccino
Fra
Matteo, secondo il Diritto, divenne cappuccino il 7 dicembre 1972
quando, con permesso particolare, iniziò il noviziato sotto la guida del
p. Vittorino Fraccaro. Nella pratica fu cappuccino dal suo primo arrivo
in fraternità e i frati a pieno titolo stentavano a tenere il suo passo
nell'itinerario verso Dio.
Il p. Provinciale nella sua omelia, citando un articolo apparso su Il
Giornale di Vicenza il 4 marzo 1970, leggeva: “(fra Matteo) è il più
caro e popolare dei cappuccini che vivono a Schio... E un frate
semplice, modesto e umile e con il suo esempio porta sulle nostre strade
e nelle nostre famiglie un soffio di rinnovamento, di pace”. E
commentava: “Sedi fronte ai suoi modi, erano solo suoi modi di gestire,
di parlare, di portamento, si poteva inizialmente essere provocati al
sorriso o a trastullarsi con lui, dico inizialmente, poi no, poi no,
perché fra Matteo soggiogava, avvinceva, imponeva silenzio e rispetto
come un bambino davanti al quale si può sì scherzare, ma non troppo,
appunto perché il bambino come Matteo non ha malizia, ma forse ha un
mistero che porta dentro”.
Fra Matteo era un frate di preghiera. È meglio dire: di incessante
preghiera. Se non era occupato nel lavoro aveva sempre la corona tra le
mani. Si è detto che a un frate, umanamente, non si può chiedere di
lavorare di più di quanto pregava fra Matteo; e non si può chiedere di
lavorare di più di quanto lavorava fra Matteo. Preghiera e lavoro
scandivano le sue giornate e spesso le sue notti. Ignorava totalmente i
termini: ferie, distensione, ricreazione. A volte, lavate le stoviglie,
si fermava con i frati; allora diventava protagonista a parlare di Dio.
Poi subito in chiesa per ore e ore, carico delle pene raccolte in
confidenza durante la questua per presentarle a Dio. Infallibilmente
primo in coro al mattino; ultimo a salutare il Signore la sera. Ogni
giorno la Via Crucis che conosceva a memoria. Il rosario in successione
continua, spesso con degli amici improvvisati che “costringeva” a
pregare. Pregava all'ebraica, “con tutta l'anima e con tutto il corpo”.
Il suo fervore non aveva pudori e traspariva da tutti i suoi gesti.
Quante Messe ha “ascoltato” fra Matteo? Quante Messe ha “servito”?
Sempre con lo stesso entusiasmo. Neppure sognava di farsi sostituire. La
gente che saliva al convento per richiesta di preghiere, cercava fra
Matteo.
Conosceva d'istinto tutte le edicole sacre della zona. Conducendolo in
auto al luogo di questua lo si vedeva di tanto in tanto tracciarsi un
gran segno di croce, improvvisando una preghiera. Si era certi che lì
appresso c'era un'immagine della Madonna.
Svolgeva anche il servizio di sacrestano. Aveva imparato tutto,
tradizioni, usi e costumi dal vecchio fra Gaetano da Loria, tanto
benemerito per il ritorno dei cappuccini al primitivo convento di Schio.
Fra Matteo lo ripeteva... Era geloso del suo ufficio e onnipresente.
Prestava in apparenza piccoli servizi, ma tanti e preziosi piccoli
servizi. Ci si accorse quando venne a mancare.
Durante l'ultimo anno di vita, per insufficiente irrorazione, passava
dei giorni in completa amnesia. Destandosi d'improvviso dal torpore
chiedeva immancabilmente come sorpreso: “E ora di Messa? E ora di
suonare la campana?” Santa ossessione!
La povertà francescana di fra Matteo. Era arrivato al convento con una
valigia sconnessa. Se ne è andato lasciando alcuni indumenti
sbrindellati, inservibili e nulla più. Mai chiesta una veste nuova.
Preferiva gli indumenti usati e scartati che lui arrangiava a modo suo e
ne era felice. Raccomandava ai fratelli infermieri di Conegliano di
mettere da parte per lui le vesti dei frati deceduti e ne aveva più del
bisogno. Mai udito un lamento o un commento sulla qualità dei cibi;
eppure arrivava spesso in ritardo dalla questua, a mense sparecchiate e
a fuochi spenti... “Mamma mia, quanta roba, quanta roba” e tutto andava
bene.
Questuante

Ma
l'immagine di fra Matteo, tipica e cara, scolpita nel cuore della gente
è quella del frate con la bisaccia sulle spalle, la corona in mano, che
passa questuando di casa in casa con passo tutto suo, sempre festoso,
bene accolto, desiderato.
“Fra Matteo era questuante per donare, non per ricevere” diceva il p.
Provinciale.
Tutti - uomini, donne, bambini, soprattutto i bambini - lo chiamavano
per nome come un amico di famiglia. Ed era veramente di casa in tutte le
famiglie. Soltanto a fra Matteo era permesso entrare in fabbriche e
laboratori per questuare.
La gente lo amava, lui lo sapeva. Anche per questo svolgeva il suo
compito con passione ed entusiasmo. Per metterlo in imbarazzo bastava
dirgli: “Oggi non vai alla questua”.
La gente gli apriva il cuore. Lui ascoltava, esortava; se occorreva
rimproverava, minacciava con fare profetico e con schiettezza
disarmante. Alle confidenze più penose si inginocchiava, allargava le
braccia e pregava a voce alta tra lo stupore dei bambini.
Il sindaco di Schio, intervistato, dichiarava: “Mi ha sempre fatto
grande impressione constatare che anche persone non praticanti e
addirittura avverse, si fermavano volentieri a parlare, ad ascoltare fra
Matteo. E lui con la sua bonomia, con parole semplici e sincere diceva
la “sua” verità e da chierichetto diventava il celebrante che annuncia
il Vangelo”.
Lasciava trapelare una certa preferenza per l'ambiente di campagna dove
si trovava a suo agio, alla pari. Ma non aveva rispetto umano di fronte
a nessuno.
Un giorno arriva al convento con una macchina lussuosa (ritornava con
tutti i mezzi). Giunto in piazzale, scende dalla vettura, incontra
l'arciprete mons. Casarotto e senza convenevoli sbotta indicando il
signore che gli aveva concesso il passaggio: “Arciprete, non vada a
benedire la casa di questo signore. È uno spacca famiglie”.
Evidentemente avevano parlato di divorzio.
Un altro giorno passiamo in auto davanti all'ospedale. Fra Matteo mi da
una spallata e declama un'Ave Maria. “Fra Matteo, che cosa fai?” E lui
angosciato: “Ancò i copa i putei” (Oggi uccidono i bambini).
Divorzio e aborto: due drammi sociali che si conficcarono come spine nel
suo cuore candido di fanciullo e lo fecero veramente soffrire. E i frati
impietosi che talvolta si godevano a scherzare dicendogli che aveva
sbagliato a votare...
Fra Matteo questuante. Così per 40 anni! La mattina del 3 giugno 1989,
d'improvviso, senza disturbare nessuno, si addormentò nel Signore. Aveva
83 anni. La notizia si divulgò rapidamente in città e dintorni. Identico
il commento sulla bocca di tutti: “È morto fra Matteo. Era buono, tanto
buono. Era un santo”. Il suo funerale: un plebiscito di simpatia;
l'ultimo messaggio di fede e di bontà.
In quanti lo hanno incontrato per le strade del suo lungo pellegrinaggio
rimane di fra Matteo un devoto, edificante, incancellabile ricordo. Il
Curato d'Ars diceva: “Dove passano i santi, Dio passa con loro” (a
cura di p. Giovanni Fraccaro).
-- Le spoglie mortali
di fr. Matteo riposano nella chiesa dei cappuccini di
Schio dal settembre 2002, quando furono ivi
traslate dal cimitero.
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