Testimoni del nostro tempo

Alcune figure di missionari e altri frati esemplari
 

 

altri:
P. Arcangelo da Rivai (+ 1953)
Fr. Matteo da Pozzolo (+ 1989)

 

 

 

P. Arcangelo da Rivai,
confessore

(Rivai d'Arsiè, BL, 6 aprile 1886 - Castelmonte, 22 dicembre 1953)
 

P. Arcangelo da RivaiP. Arcangelo (Antonio De Marchi) nacque a Rivai d’Arsiè (Belluno) il 6 aprile 1886 e fu battezzato il medesimo giorno. Entrò ancor ragazzo nel seminario dei Frati Cappuccini e il 25 maggio 1901 vestì il loro abito nel convento di Bassano. Fu ordinato sacerdote l'8 novembre 1908. I superiori, riconoscendo in lui non comuni doti di pietà e di intelligenza, lo inviarono alla Pontificia Università Gregoriana in Roma, dove conseguì la laurea in Filosofia (1914). Insegnò Teologia a Padova e Filosofia a Thiene.

Dal 1916 al 1918 fu cappellano militare. Di animo nobile e sensibilissimo, fu così colpito dalle miserie morali e fisiche, cui dovette assistere, che ne soffrì anche nella salute. Ritornato in convento, i superiori lo destinarono al santuario della Madonna di Castelmonte, sopra Cividale del Friuli (Udine), ove rimase per 34 anni, fino alla morte.

Il suo pensiero era continuamente assorto in Dio. La sua fede luminosa si esprimeva nella edificante celebrazione della S. Messa, e il suo amore alle anime nel ministero della confessione, nella quale si mostrava così paterno che tutti i pellegrini avrebbero voluto confessarsi da lui ed avere la sua benedizione. Umilissimo, con una semplicità infantile sapeva nascondere i tesori di virtù e di scienza dei quali era ricco.


Verso la fine del novembre 1953, nell'ospedale di Cividale, fu sottoposto ad un doloroso e difficile intervento chirurgico, che egli sopportò con ammirabile serenità, stringendo il Crocifisso e ripetendo la sua consueta giaculatoria: “Gesù, Maria, vi amo; salvate le anime”. Riportato al santuario, spirava dolcemente il 22 dicembre 1953. La sua venerata salma riposa nel piccolo cimitero di Castelmonte, sotto lo sguardo della Madonna bruna che egli tanto amò e fece amare e lodare.

La fama di santità, da cui era circondato in vita, si diffonde ogni giorno più. Molti attestano di aver ricevuto grazie per sua intercessione. Chi ne fosse favorito, è pregato di darne notizia al: P. Rettore - Santuario B. Vergine - 33040 CASTELMONTE (Udine)

NOVENA ALLA SS. TRINITÀ
Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, noi ti adoriamo e ti ringraziamo per i molti favori celesti di cui hai arricchito il tuo servo fedele P. Arcangelo. In vista dei suoi meriti e delle sue virtù, specialmente della fede vivissima, della profonda umiltà e dell'evangelica semplicità, ti preghiamo di volerlo glorificare in terra e di concedere a noi la grazia che domandiamo. (3 Gloria)

A MARIA SANTISSIMA

O Vergine Santissima, Regina e Madre nostra, o cara Madonna di Castelmonte, degnati di esaltare P. Arcangelo, tuo dilettissimo figlio, che ha speso tutta la vita per amarti e farti amare; e per amar suo ottienici la grazia per cui ardentemente ti supplichiamo. (Salve, o Regina)
 


 

Fr. Matteo da Pozzolo,
questuante

(Pozzolo di Villaga, VI, 9 febbraio 1906 - Schio, VI, 3 giugno 1989)
 

fr. Matteo Zorzetto da PozzoloAlcuni titoli di giornale alla morte di fr. Matteo: “Profondo dolore per la scomparsa di fra Matteo, esempio di altruismo e umiltà”. “Si è spento fra Matteo”. “Una folla enorme ha dato l'addio a fra Matteo”. “Il poverello amato da tutti. Frate Matteo ad un mese dalla morte”.
“Fra Matteo” e basta, senza altre denominazioni! Espressione chiarissima e calda d'affetto della vasta popolarità acquisita dall'umile questuante cappuccino. La sua memoria è intatta, tuttora in benedizione.
La sequenza di persone di tutte le estrazioni che dal 3 al 5 giugno (giorni della morte e della sepoltura) salì devota al convento dov'era composta la salma, per salutare il caro fratello e amico non si arrestò con il funerale. I custodi del cimitero cittadino assicurano che la tomba di fra Matteo è meta continua di gente che sosta in preghiera. Ne fanno garanzia i fiori che si rinnovano, i ceri numerosi che ogni giorno mani amiche accendono sulla sua tomba.

Di fronte a un compianto così unanime e persistente ritorna d'istinto alla mente la domanda stupita di fra Masseo a frate Francesco: “Perché a te?...”.
Chi era fra Matteo? Il p. Provinciale, p. Raimondo Ambrosi, nell'omelia tenuta nella chiesa di San Francesco, affollatissima, durante il rito funebre disse tra l'altro: “Fra Matteo, tutti sappiamo, è personaggio unico nel suo genere. Originale se volete. Uomo, mi diceva qualcuno, nato fuoritempo, fuori del comune. Quasi, quasi si potrebbe dire che sarebbe stato bene con i primi compagni di Francesco, i quali erano semplici, idioti - è Francesco che lo dice - e sudditi a tutti. Stava bene con fra Masseo, con fra Egidio, con frate Leone. Oppure anche con i primi cappuccini. Con San Felice da Cantalice il quale non sapeva più di sei lettere: cinque rosse (le piaghe di Gesù), una bianca (l'Immacolata). Oppure anche con fra Matteo Pedrazza da Schio, con San Crispino da Viterbo; questi nostri fratelli che avevano occhi a terra, mente in cielo, corona in mano, e sempre sereni, sempre contenti”.

In famiglia

Fra Matteo, al secolo Torquato Zorzetto, era nato il 9 febbraio 1906 a Pozzolo di Villaga sui colli Berici. Ameni i colli, ma la vita dei Zorzetto era dura, stentata, stretta dalla povertà e dal lavoro quasi disumano. Ripensando agli anni trascorsi in famiglia fra Matteo talvolta esclamava scuotendo la testa: “Mamma mia, e su e giù, quanto lavorare”. E per dimostrare all'evidenza che i sacrifici richiesti dalla vita conventuale sono niente al confronto, raccontava del vecchio mulino acquistato dal padre, azionato da un torrentello laggiù nella valle, abbarbicato alla roccia. Il mulo non ce la faceva a trainare il carretto su per l'erta scoscesa. Allora lui, fra Matteo, si caricava ad uno ad uno i sacchi di farina sulle spalle e su arrancando fino alla strada da dove partiva per la distribuzione del grano macinato attraverso carreggiate impervie di un saliscendi scoraggiante.

Nato per servire, era anche il braccio destro del parroco. Suo, tra l'altro, il compito di prelevare e riportare le pellicole del cinema parrocchiale. Descriveva, ridendo, la scenetta pittoresca: caricava tutto su un carrettino a ruote di legno che legava alla bicicletta e via per una strada tutta buche e sobbalzi tra lo sferragliare assordante delle bobine.

In convento

A 42 anni, il 3 febbraio 1948, arriva al nostro convento di Schio con il desiderio di vestire l'abito di San Francesco come terziario oblato. Ma per il futuro povero fra Matteo non c'è pace e la musica non cambia !

Si stava lavorando al restauro del conventino fatiscente per incuria e per l'assenza forzata dei cappuccini da 170 anni. Si lavorava al risparmio, senza un'impresa edile con un minimo di attrezzatura. Torquato arrivava giusto, giusto al bisogno. Così nel primo periodo vive in convento lavorando come manovale, ancora una volta su e giù per le scale interminabili. Finalmente, il 21 novembre 1948, festa della Presentazione di Maria, veste l'abito di terziario oblato prendendo il nome di fra Matteo appunto, in ricordo del p. Matteo Pedrazza da Schio fondatore del convento, cappuccino tra i più illustri degli inizi dell'Ordine.

Frate Cappuccino

Fra Matteo, secondo il Diritto, divenne cappuccino il 7 dicembre 1972 quando, con permesso particolare, iniziò il noviziato sotto la guida del p. Vittorino Fraccaro. Nella pratica fu cappuccino dal suo primo arrivo in fraternità e i frati a pieno titolo stentavano a tenere il suo passo nell'itinerario verso Dio.

Il p. Provinciale nella sua omelia, citando un articolo apparso su Il Giornale di Vicenza il 4 marzo 1970, leggeva: “(fra Matteo) è il più caro e popolare dei cappuccini che vivono a Schio... E un frate semplice, modesto e umile e con il suo esempio porta sulle nostre strade e nelle nostre famiglie un soffio di rinnovamento, di pace”. E commentava: “Sedi fronte ai suoi modi, erano solo suoi modi di gestire, di parlare, di portamento, si poteva inizialmente essere provocati al sorriso o a trastullarsi con lui, dico inizialmente, poi no, poi no, perché fra Matteo soggiogava, avvinceva, imponeva silenzio e rispetto come un bambino davanti al quale si può sì scherzare, ma non troppo, appunto perché il bambino come Matteo non ha malizia, ma forse ha un mistero che porta dentro”.

Fra Matteo era un frate di preghiera. È meglio dire: di incessante preghiera. Se non era occupato nel lavoro aveva sempre la corona tra le mani. Si è detto che a un frate, umanamente, non si può chiedere di lavorare di più di quanto pregava fra Matteo; e non si può chiedere di lavorare di più di quanto lavorava fra Matteo. Preghiera e lavoro scandivano le sue giornate e spesso le sue notti. Ignorava totalmente i termini: ferie, distensione, ricreazione. A volte, lavate le stoviglie, si fermava con i frati; allora diventava protagonista a parlare di Dio. Poi subito in chiesa per ore e ore, carico delle pene raccolte in confidenza durante la questua per presentarle a Dio. Infallibilmente primo in coro al mattino; ultimo a salutare il Signore la sera. Ogni giorno la Via Crucis che conosceva a memoria. Il rosario in successione continua, spesso con degli amici improvvisati che “costringeva” a pregare. Pregava all'ebraica, “con tutta l'anima e con tutto il corpo”. Il suo fervore non aveva pudori e traspariva da tutti i suoi gesti.

Quante Messe ha “ascoltato” fra Matteo? Quante Messe ha “servito”? Sempre con lo stesso entusiasmo. Neppure sognava di farsi sostituire. La gente che saliva al convento per richiesta di preghiere, cercava fra Matteo.
Conosceva d'istinto tutte le edicole sacre della zona. Conducendolo in auto al luogo di questua lo si vedeva di tanto in tanto tracciarsi un gran segno di croce, improvvisando una preghiera. Si era certi che lì appresso c'era un'immagine della Madonna.
Svolgeva anche il servizio di sacrestano. Aveva imparato tutto, tradizioni, usi e costumi dal vecchio fra Gaetano da Loria, tanto benemerito per il ritorno dei cappuccini al primitivo convento di Schio. Fra Matteo lo ripeteva... Era geloso del suo ufficio e onnipresente. Prestava in apparenza piccoli servizi, ma tanti e preziosi piccoli servizi. Ci si accorse quando venne a mancare.

Durante l'ultimo anno di vita, per insufficiente irrorazione, passava dei giorni in completa amnesia. Destandosi d'improvviso dal torpore chiedeva immancabilmente come sorpreso: “E ora di Messa? E ora di suonare la campana?” Santa ossessione!

La povertà francescana di fra Matteo. Era arrivato al convento con una valigia sconnessa. Se ne è andato lasciando alcuni indumenti sbrindellati, inservibili e nulla più. Mai chiesta una veste nuova. Preferiva gli indumenti usati e scartati che lui arrangiava a modo suo e ne era felice. Raccomandava ai fratelli infermieri di Conegliano di mettere da parte per lui le vesti dei frati deceduti e ne aveva più del bisogno. Mai udito un lamento o un commento sulla qualità dei cibi; eppure arrivava spesso in ritardo dalla questua, a mense sparecchiate e a fuochi spenti... “Mamma mia, quanta roba, quanta roba” e tutto andava bene.

Questuante
 

Fr. Matteo da Pozzolo

Ma l'immagine di fra Matteo, tipica e cara, scolpita nel cuore della gente è quella del frate con la bisaccia sulle spalle, la corona in mano, che passa questuando di casa in casa con passo tutto suo, sempre festoso, bene accolto, desiderato.
“Fra Matteo era questuante per donare, non per ricevere” diceva il p. Provinciale.

Tutti - uomini, donne, bambini, soprattutto i bambini - lo chiamavano per nome come un amico di famiglia. Ed era veramente di casa in tutte le famiglie. Soltanto a fra Matteo era permesso entrare in fabbriche e laboratori per questuare.
La gente lo amava, lui lo sapeva. Anche per questo svolgeva il suo compito con passione ed entusiasmo. Per metterlo in imbarazzo bastava dirgli: “Oggi non vai alla questua”.

La gente gli apriva il cuore. Lui ascoltava, esortava; se occorreva rimproverava, minacciava con fare profetico e con schiettezza disarmante. Alle confidenze più penose si inginocchiava, allargava le braccia e pregava a voce alta tra lo stupore dei bambini.
Il sindaco di Schio, intervistato, dichiarava: “Mi ha sempre fatto grande impressione constatare che anche persone non praticanti e addirittura avverse, si fermavano volentieri a parlare, ad ascoltare fra Matteo. E lui con la sua bonomia, con parole semplici e sincere diceva la “sua” verità e da chierichetto diventava il celebrante che annuncia il Vangelo”.

Lasciava trapelare una certa preferenza per l'ambiente di campagna dove si trovava a suo agio, alla pari. Ma non aveva rispetto umano di fronte a nessuno.
Un giorno arriva al convento con una macchina lussuosa (ritornava con tutti i mezzi). Giunto in piazzale, scende dalla vettura, incontra l'arciprete mons. Casarotto e senza convenevoli sbotta indicando il signore che gli aveva concesso il passaggio: “Arciprete, non vada a benedire la casa di questo signore. È uno spacca famiglie”. Evidentemente avevano parlato di divorzio.
Un altro giorno passiamo in auto davanti all'ospedale. Fra Matteo mi da una spallata e declama un'Ave Maria. “Fra Matteo, che cosa fai?” E lui angosciato: “Ancò i copa i putei” (Oggi uccidono i bambini).
Divorzio e aborto: due drammi sociali che si conficcarono come spine nel suo cuore candido di fanciullo e lo fecero veramente soffrire. E i frati impietosi che talvolta si godevano a scherzare dicendogli che aveva sbagliato a votare...

Fra Matteo questuante. Così per 40 anni! La mattina del 3 giugno 1989, d'improvviso, senza disturbare nessuno, si addormentò nel Signore. Aveva 83 anni. La notizia si divulgò rapidamente in città e dintorni. Identico il commento sulla bocca di tutti: “È morto fra Matteo. Era buono, tanto buono. Era un santo”. Il suo funerale: un plebiscito di simpatia; l'ultimo messaggio di fede e di bontà.

In quanti lo hanno incontrato per le strade del suo lungo pellegrinaggio rimane di fra Matteo un devoto, edificante, incancellabile ricordo. Il Curato d'Ars diceva: “Dove passano i santi, Dio passa con loro” (a cura di p. Giovanni Fraccaro).
 

-- Le spoglie mortali di fr. Matteo riposano nella chiesa dei cappuccini di Schio dal settembre 2002, quando furono ivi traslate dal cimitero.
 


 

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