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Francesco
aveva iniziato un cammino di vita evangelica all'età di 24
anni. Si dedicava per ore alla preghiera, curava i lebbrosi,
restaurava chiese diroccate. Aveva rinunciato alla sua eredità e al
mondo commerciale del padre. Viveva di quanto la Provvidenza gli
procurava.
La
sua radicalità impressionò alcuni concittadini, in modo particolare
il mercante Bernardo da Quintavalle e il giurista Pietro Cattani. In
loro nasceva il desiderio di seguire l'esempio di Francesco.
In tre andarono nella chiesa di San Nicolò, vicina alla piazza
centrale di Assisi, per avere un'indicazione sui passi da fare.
Seguendo un'usanza medievale aprirono tre volte il Vangelo, convinti
che le parole trovate esprimessero la volontà di Dio su di loro.
Trovano per primo questo testo: "Se vuoi essere perfetto, va',
vendi quanto possiedi e dallo ai poveri". Come secondo: "Non
prendete nulla per il viaggio". E infine: "Chi vuol venire
dietro a me, rinneghi se stesso". Subito vendono i loro beni e
distribuiscono il ricavato ai poveri della città.
Nascita
della fraternità
Adesso
Francesco aveva dei compagni che condividevano con lui la vita
evangelica. E il numero cresceva: uomini di Assisi come il saggio
Egidio, ma anche persone d'altrove come Filippo Longo da Atri e Angelo
Tancredi da Rieti.
Quando furono in otto, Francesco li radunò e, dividendoli in quattro
gruppi, li mandò in quattro direzioni diverse dicendo: "Andate,
carissimi, a due a due per le varie parti del mondo è annunciate agli
uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati". E
abbracciandoli con tenerezza, diceva ad ognuno: "Riponi la tua
fiducia nel Signore ed Egli avrà cura di te".
In questa missione iniziale trapela una caratteristica fondamentale
del nascente movimento francescano, l'universalità. Un
gruppetto di otto avrebbe potuto limitarsi alla sola città di Assisi
o alla regione dell'Umbria. Invece subito il raggio d'azione di questi
primi frati fu grande come il mondo. Non aveva mandato Gesù i suoi
dodici discepoli fino ai confini della terra a portare il Vangelo?
E
di Vangelo vissuto ce n'era bisogno anche nella Chiesa del
'200. Di questo era convinto il vescovo Guido di Assisi, che aveva
protetto Francesco dopo la rottura col padre e che proteggeva anche
questi nuovi "pazzi" di fronte ai loro famigliari e
concittadini. E li appoggiò anche davanti alla curia romana.
Francesco
infatti ebbe chiaro che la sua ispirazione personale doveva
essere confermata da colui che aveva la sollecitudine di tutte le
chiese, il papa di Roma. Sentendosi chiamato per tutti, voleva avere
l'approvazione dal Pastore universale.
Il suo biografo Tommaso da Celano lo racconta così: "Vedendo che
di giorno in giorno aumentava il numero dei suoi seguaci, Francesco
scrisse per sé e per i frati presenti e futuri, con semplicità e
brevità, una norma di vita o Regola, composta soprattutto da
espressioni del Vangelo, alla cui osservanza perfetta unicamente
aspirava. Ma vi aggiunse poche altre direttive indispensabili e
urgenti per una santa vita in comune. Poi, con tutti i suddetti frati
[erano in dodici], si recò a Roma, desiderando grandemente che il
signor papa Innocenzo III confermasse quanto aveva scritto"
(1Celano 32).
Sappiamo
come non tutti i consiglieri del papa erano favorevoli a questi uomini
che nel loro progetto di vita assomigliavano troppo ai movimenti
ereticali, contro i quali proprio in quegli anni cominciò ad
intervenire l'inquisizione. Ci voleva l'obbedienza e la fermezza
di Francesco e un sogno dall'Alto per indurre il papa
all'approvazione della Regola di Francesco. Papa Innocenzo, infatti,
aveva sognato che la basilica del Laterano stava per crollare e che un
religioso, piccolo e spregevole, la puntellava con le sue spalle,
perché non cadesse. Incontrando Francesco e i suoi frati disse:
"Ecco, questi è colui che con l'azione e la parola sosterrà la
Chiesa di Cristo" (2Celano 17).
Le parole "Va, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in
rovina", che Francesco aveva ascoltato nella chiesetta di San
Damiano ad Assisi, trovarono davanti al papa il loro pieno senso: la
fraternità francescana veniva riconosciuta come movimento ecclesiale,
e come tale cominciò a svilupparsi e ad incarnare il carisma
ricevuto.
Sviluppi
impensati
L'approvazione
papale segna l'inizio di una nuova fase nella vita di Francesco e i
suoi frati. In dieci anni saranno in 5.000, cioè 500 nuovi membri
ogni anno. Tra questi c'è Silvestro, il primo sacerdote del movimento
che era cominciato come laicale. Si associano anche professori
d'università e canonisti, esperti di vita ecclesiale
strutturata.
Il movimento si espande in tutta l'Italia, ma anche in nazioni
come la Spagna, la Germania, l'Inghilterra, l'Ungheria e la Terra
Santa.
Secondo le indicazioni del concilio Lateranense IV, che si celebrava
in quegli anni, Francesco accetta che s'introducano elementi finora
sconosciuti ma indispensabili per lo sviluppo equilibrato della sua
fraternità, come lo studio, la predica dottrinale e il noviziato.
Ogni
anno i frati si radunavano presso Santa Maria degli Angeli (presso
Assisi), dove convenivano tutti per un capitolo che poteva
chiamarsi veramente "generale". Ma con la rapida crescita ed
espansione del movimento si arrivava a poter celebrare capitoli dove
solo un numero limitato di rappresentanti dei frati partecipava e che
veniva celebrato non più annualmente, ma ogni tre anni. Il contatto
diretto con la persona carismatica del Fondatore veniva pian piano a
mancare a molti di questi frati minori, anche perché Francesco si
assentò per un lungo viaggio in Egitto e Terra Santa e si ammalò
gravemente negli ultimi anni della sua vita.
Tutte
queste circostanze segnarono cambiamenti che portarono il movimento
francescano a momenti critici.
Prove
Una
prima prova l'ha dovuta affrontare Francesco personalmente. Rientrato
in Italia dal suo viaggio in Terra Santa, trovò in vari luoghi i
frati sistemati in case di pietra. Vedeva questo fatto in contrasto
col detto evangelico: "Le volpi hanno tane e gli uccelli del
cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il
capo". Voleva che le abitazioni fossero piccole e povere e
che i frati vivessero lì come forestieri e pellegrini.
In una di queste case costruite, Francesco salì sul tetto e cominciò
a rovesciare lastre e tegole, finché i cittadini d'intorno lo
fermarono dicendo che la casa non apparteneva ai frati ma al Comune.
Questo
è solo un esempio di come si crea una distinzione tra l'origine
carismatica e lo sviluppo del movimento, tra l'intuizione di Francesco
e l'istituzione dell'Ordine.
Sembra una contraddizione, ma forse bisogna dire che l'ideale che
Francesco ha vissuto con i suoi primi compagni era troppo esigente per
la gran massa dei frati minori, poco formati.
E' questa la ragione per cui un suo bozzetto di Regola, la cosiddetta
"Regola non bollata", non fu approvato dal papa? Comunque,
un nuovo testo, steso con l'aiuto di giuristi, trovò il papa e
l'Ordine d'accordo e, d'ora in poi, sarà questa "Regola
bollata" l'espressione ufficiale dell'ideale francescano. La
prima frase recita: "La regola e vita dei frati minori è
questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù
Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità"
(Regola Bollata 1,1).
Ma
alla fine della sua vita Francesco si sente costretto a raccomandare
ai suoi frati di prendere il Vangelo nella sua radicalità
evitando commenti che ne indeboliscano il senso: "A tutti i miei
frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non
inseriscano glosse nella Regola dicendo: così si devono intendere
(2Testamento 38).
Apparentemente l'atteggiamento era: cosa dobbiamo fare; non: cosa
possiamo fare, per amare il Signore e gli uomini seguendo la
Regola. La domanda pratica riguardava più il minimo richiesto che il
massimo possibile. Francesco era chiaramente incline al massimo, la
massa dei suoi seguaci meno.
Quattro
anni dopo la morte di Francesco si arriva così ad una domanda
ufficiale da parte dell'Ordine al papa, di pronunciarsi cioè su
alcune questioni pendenti. Ed una di queste questioni era: se i frati,
in forza della professione, erano tenuti ad osservare tutti i consigli
del Vangelo o soltanto quei precetti che erano espressi nella
Regola.
La risposta autorevole del papa fu: "In forza della Regola siete
obbligati ad osservare solo quei consigli evangelici che vengono
esplicitamente citati in essa" (bolla Quo elongati, cf.
Fonti Francescane 2732).
Con questa prima di una serie di dichiarazioni pontificie sulla Regola
francescana inizia una storia molto movimentata, ricca ed
appassionata che vede i frati minori schierami su fronti diversi
nell'interpretazione della Regola. Non è questo il luogo per
descrivere il cammino che, dopo 300 anni, ha portato all'approvazione
di tre varianti dell'unico carisma francescano: i Conventuali,
gli Osservanti ed i Cappuccini.
Considerazioni
conclusive
Per
far giustizia al dono dello Spirito in san Francesco si dovrebbe
allargare ancora il discorso. Bisogna evidenziare, a mo' di esempio,
il ruolo di santa Chiara accanto a Francesco e con essa la
presenza femminile nel movimento francescano. Ma anche il posto delle famiglie
e dei laici che hanno condiviso l'ideale evangelico di
Francesco appartiene alla storia del movimento francescano delle
origini. Come pure i contatti del movimento di Francesco con altri
movimenti del suo tempo: con i domenicani e con i movimenti
pauperistici-apostolici. Anche l'inserimento dei francescani nelle
strutture della Chiesa merita approfondimenti. Ed altri aspetti ancora
che riguardano lo sviluppo iniziale e susseguente del carisma
francescano.
Al
giorno di oggi siamo arrivati ad una situazione nuova e privilegiata
per la presenza della spiritualità dell'unità nella Chiesa.
Essa fin dal suo nascere ha avuto legami stretti col movimento
francescano. Ed è l'esperienza di quanti tra i seguaci di Francesco
sentono propria la spiritualità dell'unità, che essa unisce
vitalmente persone che hanno percorso attraverso i secoli cammini
indipendenti, pur avendo una sorgente carismatica in comune.
Loro sentono che hanno una grazia in più per rispondere all'ultima
volontà di Francesco che lui ha espresso in queste tre esortazioni:
"In segno della mia benedizione e del mio testamento, i frati
sempre si amino tra loro; sempre amino ed osservino nostra signora la
santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a
tutti i chierici della santa madre Chiesa" (Testamento 1).
by Theo Jansen
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© Unità e Carismi 1 (1999) 15-18.
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