Verso gli altari

Verso il riconoscimento della santità
di a
lcuni francescani Cappuccini veneti

 

Fr. Tommaso Acerbis da Olera
P. Giacomo Filon da Balduina

Ven. Concetta Bertoli, terziaria francescana
Come si arriva a dichiarare "Santo" ?

 


Fr. Tommaso Acerbis da Olera,
Venerabile

(Olera, BG, 1563 - Innsbruck 3 maggio 1631)

 

Nato nella minuscola borgata di Olera nella Val Seriana (Bergamo) sul finire del 1563, divise con i poveri genitori stenti e lavoro, facendo il pastorello fino ai diciassette anni, analfabeta perché nel paesino montano non c' erano scuole.
 

fr. Tommaso Acerbis da Olera

Vestito l'abito cappuccino nella provincia veneta, a Verona il 12 sett. 1580, ottenne di imparare a leggere e a scrivere, dimostrandosi subito "un maestro e specchio della perfezione religiosa, anzi un colmo di ogni sorte di virtù" (p. Giovenale Ruffini, 1682). Professò il 5 lug. 1584 e fu addetto all'umile servizio della questua a Verona sino al 1605, poi a Vicenza sino al 1612, a Rovereto dal 1613 al 1617. Fu a Padova, nel 1618, quale portinaio del convento. Nel 1619, richiesto dall'arciduca del Tirolo Leopoldo V d'Asburgo, fu destinato ad Innsbruck quale questuante.

Obbedienza e umiltà lo fecero il "fratello della questua" per quasi cinquant'anni, l’amore per le anime lo fece un apostolo: testimoniò il Vangelo, parlò di Dio; istruì nella fede umili e grandi, impegnò tutti nell'amore. Un vero apostolo senza stola, in dialogo con tutti e tutti "si stuppivano... et pareva impossibile humanamente che un semplice frate laico parlasse così altamente di Dio, com'egli parlava". "Da per tutto parlava delle cose di Dio con tanto spirito e devotione, che rendeva a ciascheduno stupore e maraviglia" . Spingeva a rappacificazioni e al perdono; visitava e confortava i malati; ascoltava e incoraggiava i poveri, scrutando coscienze denunciava il male e facilitava le conversioni.
Per ottenere quanto prospettava a chi incontrava, di notte vegliava in preghiera, flagellava il suo corpo, imponendosi per la salvezza degli altri digiuni e austerità. Fu promotore di vocazioni a vita consacrata, ispirando "singolarmente le vergini a darsi al Signore".

A Vicenza patrocinò l’erezione del monastero delle cappuccine, costruito presso Porta Nuova nel 1612-13. A Rovereto sollecitò i provveditori della città ad erigere il monastero delle clarisse, costruito nel 1642. Nel Tirolo fu un trascinatore: guida spirituale dei poveri nella Valle dell’Inn, catechista, informatore delle attese codificate dal Concilio di Trento per un'autentica riforma cattolica. Dal 1617 fu amico e maestro spirituale dello scienziato Ippolito Guarinoni di Hall, medico di corte a Innsbruck: oltre ai colloqui, scrisse lettere sui problemi di etica coniugale, sul come affrontare le croci nella famiglia, sul come amare Dio.
Seguì l'Istituto delle Vergini di Hall, centro di educazione per le ragazze della nobiltà tirolese; fu accanto, con incontri e lettere, alle arciduchesse d'Asburgo Maria Cristina ed Eleonora, sorelle di Leopoldo V. A costui e alla sposa Claudia de' Medici fu guida spirituale, con frequenti incontri al palazzo e con numerose lettere.

A tutti insegnava quella "alta Sapienza dell'amore" che "s'impara alle care piaghe di Christo"; esortava a reputarsi "felici nel patire" perché "l'amore si conosce nel patire". Fu consigliere dell’arcivescovo Paride Lodron, principe di Salisburgo. Seguì pure la vita spirituale dell’imperatore d'Austria Ferdinando II, standogli accanto durante la guerra dei Trent’anni (1618-48) Fu amico e consigliere dei duchi di Baviera, Massimiliano I ed Elisabetta, residenti a Monaco. Alla loro corte, nel 1620, portò dal luteranesimo a Chiesa cattolica il duca di Weimar. Soggiornando a Vienna (1620-21), incontrando alla corte imperiale Eva Maria Rettinger, vedova di Giorgio Fleicher conte di Lerchenberg, la portò ad abiurare al luteranesimo: si fece cattolica e si consacrò a Dio tra le monche benedettine nel monastero di Nonnberg-Salisburgo, diventandone badessa.

A Conegliano (1624) portò alla fede cristiana l’ostinata ebrea Paola sposa di Pietro Valier, che riconobbe: "Conosco di essere nel grembo de Santa Chiesa per l’aiuto, diligenza, solicitudine, et orazioni di fra Thomaso".
Per tenere gli operai fedeli alla Chiesa cattolica, ricorreva alla collaborazione dei baroni Fieger di Friedberg, imprenditori delle miniere di Taufers e datori di lavoro nelle Valli dell’Inn e dell’Adige. Di casa in casa per la questua, sosteneva la fede dei vacillanti, respingeva suggestioni e ideologie luterane che s’andavano espandendo.

Dai superiori ebbe l’ordine di mettere in iscritto tali sue conversazioni in difesa della fede. A Vienna, nel 1620, stese "Concetti morali contra gli hererici", pubblicati postumi in Fuoco d’amore (Augusta 1682). Svelò la fonte da cui attingeva il suo scrivere: "Ne mai ho letto una sillaba de' libri; ma bene mi fatico a leggere il passionato Christo".

Innamorato della Madonna, nei suoi scritti la riconosce tra l’altro Immacolata Concezione, Assunta in cielo.
Fu tre volte pellegrino alla S. Casa di Loreto, ricordando che "arrivando in quella casa, mi pareva d’essere in paradiso". Indicò all’amico Ippolito Guarinoni una località vicino ad Hall, sul fiume Inn, al Ponte di Volders: là volle che si costruisse una chiesa da dedicarsi all'Immacolata Concezione; ne fece gettare le fondamenta nel 1620; chiese aiuti, superò critiche e difficoltà finanziarie. Ultimata nel 1654, fu la prima chiesa, in terra di lingua tedesca, dedicata all’Immacolata e a s. Carlo Borromeo, ancor oggi considerata dall’Austria monumento nazionale

Quanti si trovarono presenti alla sua morte, avvenuta il 3 maggio 1631, la ritengono una "morte d'amore". Fu sepolto, domenica 5 maggio, nella cripta della Madonna, nella chiesa dei cappuccini ad Innsbruck, dopo ininterrotti pellegrinaggi di fedeli attorno a sua bara.

Attualmente la tomba è nella parete destra della stessa cappella. Persistette fino ad oggi la fama della sua santità. Giovanni XXIII parlò di Tommaso come di "un santo autentico e di un maestro di spirito". Paolo VI, il 22 novembre 1963, lo ricordò come "valido strumento della generale rinnovazione spirituale... tanto da brillare nella storia di quel glorioso periodo insieme coi più ardenti sostenitori della Riforma cattolica"; lo indicò ai contemporanei come "fulgido esempio di fedeltà, di zelo e di dedizione in quest'ora grande, che batte per l'intera Chiesa", particolarmente "nell'adesione consapevole alla verità rivelata.., e nell'esercizio instancabile e ardito delle virtù, specialmente della carità".

Il 28 febbraio 1967, a Bergamo, s'iniziò il processo ordinario informativo, concluso il 19 aprile 1968; contemporaneamente a Innsbruck, si svolse un processo rogatoriale. Il decreto sugli scritti è del 12 gennaio 1974. Nel marzo 1978 fu presentata la Positio per l'introduzione della causa e per l'eroicità delle virtù, approvata il 7 marzo 1979. È del 4 dicembre 1980 il decreto sulla fama di santità del servo di Dio Tommaso. Il 28 maggio 1982, fu riconosciuta la validità dei processi informativo e rogatoriale.

 


P. Giacomo Filon da Balduina,
Servo di Dio

(Balduina, PD, 2 agosto 1900 - Lourdes, 21 luglio 1948)

 

Gesù chiama dietro di sé un po’ tutti. C’è chi non risponde, chi risponde così così, e chi risponde in pieno. Beniamino - così si chiamava padre Giacomo da Balduina - è uno di quelli che rispondono un "sì" generoso. Prese sul serio la vita, e sulle orme di Francesco d’Assisi fabbricò giorno per giorno la sua santità provata prima dalla difficoltà nello studio, e poi da un male incurabile e progressivo che lo portò alla morte precocemente.

P. Giacomo Filon da Balduina

Non aspettarti cose grandi: miracoli, visioni, apparizioni, relazioni importanti. Niente di tutto questo. Una vita lineare: una linea però al verticale, da lui verso l’alto, o meglio dal Signore verso di lui, per investirlo della missione umile e pur grande del ministro di Cristo, che ama e dispensa la misericordia di Dio.

Balduina: un piccolissimo paesino ai piedi dell’argine dell’Adige, senza chiesa, perché non era parrocchia. Al di là del fiume, a cinque chilometri, Lendinara, in provincia di Rovigo. Beniamino Filon vi nacque il 2 agosto del 1900, in una fattoria di proprietà dei nobili Treves, da papà Giacomo, fattore, e da Giuseppina Marin, sesto di otto figli.
Nei giorni di festa si celebrava la messa per la popolazione del paesino in uno stanzone della fattoria stessa. Era facile perciò per i Filon soddisfare il precetto festivo in famiglia; facile e gioioso. E certamente questo fatto ha inciso nell’animo di Beniamino. Fu bravo chierichetto, diligente, attivo, impegnato.
E la scuola? Quanto a diligenza ce la metteva tutta, quanto a intelligenza... faceva quel che poteva. Fra Balduina e Lendinara fece il corso elementare e due anni di scuola tecnica e "compì" la sua istruzione; ma il Signore lo attendeva e lo preparava a qualche cosa di importante.

A Lendinara frequentava chiesa e convento dei Padri Cappuccini, da lui conosciuti perché amici e spesso ospiti di casa Filon. Questo contatto riuscì fecondo di conseguenze, e quando fu tempo di decidere per la sua vita, scelse di diventare cappuccino. Il 13 ottobre 1917 Beniamino entrò nel Seminario Serafico di Rovigo, adattandosi, lui 17enne, a condividere vita e studio con ragazzini più giovani.

Il servizio militare, 1917-1922, lo distolse dagli studi ma non dal suo ideale: la meta gli era sempre davanti. Nel settembre del 1922 a Bassano entrò in noviziato, vestì l’abito francescano, cambiò il suo nome con quello di Giacomo e, a Venezia, 1’8 dicembre 1926, con i voti solenni, divenne fra Giacomo.
E qui, sul piccolo schermo di una vita apparentemente piatta agli occhi di noi distratti ma non a quelli del Signore, comincia a delinearsi la Croce, base e principio di ogni santità: è un male progressivo, incurabile, che sembra spegnere l’ideale amato, sperato e ormai vicino, di una vita apostolica, consacrata al Signore nel sacrificio di un ministero di grazia per sé e per gli altri, un male che lo vuole steso sulla Croce accanto a Gesù. Che mistero i disegni di Dio!

Il suo sacerdozio è compromesso. Ma lo Spirito Santo che lo veglia e lo conduce sul sentiero della santità, illumina i superiori che, nonostante tutto, decidono di promuoverlo al sacerdozio. Dio prevede e provvede. Per le mani del santo Patriarca di Venezia, il cardinale La Fontaine, il 21 luglio del 1929 è "Padre" Giacomo, è sacerdote in eterno.
E ora che cosa dargli da fare? Il padre maestro del noviziato aveva sentenziato: "Non sa fare nulla se non pregare". Che fare dunque di lui? La risposta la dà lui stesso, padre Giacomo: "Sarò come Padre Leopoldo!".
Il suo andare è goffo, ad ogni passo sembra cadere in avanti, si sono irrigiditi i muscoli, il viso ha perso la sua mobilità, incapace ormai di esprimere i sentimenti interni. Eppure ciononostante, anzi proprio per questo: "Voglio essere come padre Leopoldo!".

Ma se il suo aspetto è così povero, compassionevole, così inespressivo - e qui ci gioca Dio - il suo interiore è tanto ricco della ricchezza più bella, più preziosa, più nobilitante. Sì, il Signore gli ha tolto tutto l’esteriore, ma lo ha riempito tutto di amore. E per Dio padre Giacomo accetta il morbo che lo ha colpito, per Dio accetta di essere buono a nulla, per Dio è disposto a tutto quello che l’obbedienza gli comanderà o negherà; solo che se all’esterno tutto è negato, niente e nessuno potrà togliergli l’amore: l’amore per il suo Signore, per la "Mamma", per le anime.
Che importa se il suo corpo si sfascia quando Dio lo investe del suo Spirito per farlo strumento di santificazione? Lui, padre Giacomo, è il povero arrugginito badile, ma chi lo maneggia sa farlo lavorare, sa come servirsene.

E se non sarà fisicamente capace di predicare, di muoversi, di fare il missionario, sarà idoneo ministro della grazia del perdono. E vi si prepara con uno studio severo ed intenso, conscio che il Signore lo vuole nel sacrificio sull’altare del confessionale, a mettere le anime in contatto con Dio, per ridare ad esse la dignità di uomini e di cristiani. Non tutti capiscono i sacrifici che impone il confessionale: ore senza numero, le persone più varie, le resistenze da fiaccare, la volontà da rafforzare, i sentimenti su cui rimettere le anime, il riportarle in contatto con il Dio abbandonato, offeso fin nella più degradante colpa.

E per ottenere tutto questo è necessario soffrire, farsi vittima per i peccatori. Padre Giacomo lo sa e da tanto tempo, ne fa esperienza… Sì, parlando da cristiani un linguaggio incompressibile a molti, Dio gli fa dono della sofferenza, che, offerta, diventa arma irresistibile per la conversione delle anime e - perché no? - anche per ottenere grazie straordinarie. Ecco la sua vocazione: il confessionale sarà il suo pulpito, la dispensa della speranza, del perdono, della riconciliazione, della conversione; soffrire e tacere, tacere ed offrire...

Dopo un breve periodo di attesa passato nel convento di Capodistria, il 5 luglio del 1932 è destinato confessore a Udine dove rimarrà fino alla morte.
E là si verrà a scoprire quale dono il Signore aveva fatto all’Ordine e alla diocesi di Udine. I testimoni ci informano: "Nel confessionale lo ricercano tutti, specialmente i sacerdoti...". Per essi aveva un tatto tutto particolare: era il giardiniere che coltivava i fiori più delicati del suo giardino con le cure più attente... Era un sollievo per i preti friulani la certezza di trovare padre Giacomo, nella sua cella confessionale, disposto a ricevere la loro confessione in qualsiasi ora... anche in quella dei pasti, che interrompeva subito, anche in quella del breve riposo pomeridiano... Sembrava avesse fatto voto di essere, in ogni momento della giornata, a completa disposizione dei confratelli nel sacerdozio.

Un amore di predilezione per i sacerdoti, dunque, che si spiega con l’atto eroico da lui compiuto… Ad un seminarista del seminario minore di Castellerio (Udine), colpito da malattia che comprometteva la via al sacerdozio, padre Giacomo, sensibile alle sofferenze del giovane, per consolarlo e dargli fiducia, fratello in croce a fratello pure in croce, svelò un po’ del suo calvario e del suo ideale: "Io invece non posso attendermi nulla di meglio. Mi sono offerto vittima a Dio per la santificazione dei sacerdoti. Dio ha accettato l’offerta e ha disposto che l’encefalite letargica fosse lo strumento più acconcio al raggiungimento del mio ideale".
Ciò spiega tutto e ci fa comprendere tutto della vita di padre Giacomo. Qui l’amore di Dio e delle anime ha raggiunto il grado sublime, soprattutto qui si rivela che Dio lo aveva veramente chiamato e che lui aveva risposto un sì pieno generoso eroico, nonostante il giudizio degli uomini.

Ho accennato sopra all’amore per la "Mamma"; così egli chiamava la Madonna santissima. Anche qui i testimoni dichiarano: "Aveva una singolare devozione alla Madre del Signore". E con i fatti e per tutta la vita, dimostrò di sentirla profondamente e di viverla intensamente. Per lui la Madonna era una attrazione irresistibile. L’amava di un amore semplice e tenero... Di lei non poteva fare a meno e senza il suo aiuto non riusciva a camminare lungo la sua dolorosissima "Via crucis". Preziosa testimonianza! Non si fabbrica santità escludendo la Madonna della propria vita.

Due volte pellegrino a Loreto era convinto che Maria non volesse la sua guarigione... Era il segreto. Parlava molto spesso della sua morte vicina, con vera gioia: "Presto morirò... prova ad indovinare dove morirò... non scherzo affatto, morirò presto, vicino alla Mamma, alla Madonna". E Maria premiò la fedeltà del suo servo.
Nel luglio del 1948 chiese di andare a Lourdes. Ne fu sconsigliato per le sue condizioni di salute. Ripeteva che desiderava lui pure di andare a vedere la Madonna "a costo di rimetterci la vita" e di questo sembrava sicuro diceva: "A Lourdes ci vado, ma da Lourdes non farò ritorno".
Al professore curante confidò che la Madonna gli avrebbe fatto compiere l’ultimo viaggio senza il privilegio della guarigione. Il professore esclamò: "E allora perché ci va’?". Gli rispose: "Per morire vicino a Lei, alla Madonna".
Padre Giacomo partì col pellegrinaggio malati di Udine il 20 luglio del 1948; giunse a Lourdes il 21 alle ore 16.00 dopo 35 ore di viaggio. Chiese di essere portato subito alla Grotta: non fu esaudito, e fu l’ultimo no ricevuto, estremo sacrificio. Ricoverato in un asilo inferiore, adagiato sul letto celebrò il suo ultimo rosario, si addormentò, si svegliò, canticchiò il Magnificat e dolcemente, serenamente come in un soffio rese la sua bell’anima a Dio.

Erano le undici di sera del 21 luglio del 1948, diciannovesimo anno della sua consacrazione sacerdotale (nell’umiltà la sua vita, nel silenzio la sua morte). La "Mamma" l’aveva esaudito: era morto a Lourdes, la terra di Maria!
Ora le sue spoglie riposano nel camposanto di Lourdes, non lontano dalla Grotta benedetta, venerate e di continuo infiorate in attesa del risveglio nel giorno grande del Signore!

 


Come si arriva a dichiarare "SANTO"?

Servi di Dio, Venerabili, Beati e Santi: un lungo cammino

 

Perché un cristiano venga dichiarato "santo" la Chiesa segue una procedura lunga e minuziosa. Le norme canoniche riguardanti tale procedura sono contenute nella Costituzione apostolica Divinis perfectionis magister, promulgata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983. Seguiamo le varie tappe.
Per iniziare una causa occorre che passino almeno 5 anni dalla morte del candidato. Ciò per consentire maggior equilibrio ed obiettività nella valutazione del caso e per far decantare le emozioni del momento. Tra la gente dev’essere chiara la convinzione circa la santità del candidato (fama sanctitatis - santità di vita) e circa l’efficacia della sua intercessione presso Dio (fama signorum - miracoli attribuiti).
Competente ad iniziare l’istruttoria è il vescovo della diocesi in cui è morta la persona di cui è richiesta la beatificazione. Il gruppo promotore (diocesi, parrocchia, congregazione religiosa o associazione) tramite il postulatore, chiede al vescovo l’apertura dell’istruttoria. Il vescovo, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede, costituisce un appostito Tribunale diocesano, che raccoglie tutti i documenti riguardanti il candidato. Davanti al Tribunale i testimoni sono chiamati a riferire fatti concreti sull’esercizio delle virtù teologali (fede, speranza e carità), di quelle cardinali (prudenza, giustizia, temperanza e fortezza) e delle virtù specifiche del proprio stato di vita. Da questo momento al candidato compete il titolo di Servo di Dio.
Terminata l’istruttoria diocesana, gli atti passano alla Congregazione delle Cause dei Santi. Il postulatore, residente a Roma, segue, sotto la direzione della Congregazione, la preparazione della Positio, cioè della sintesi della documentazione che prova l’esercizio eroico delle virtù. La Positio viene sottoposta all’esame di nove teologi che esprimono il loro voto.
Se la maggioranza è favorevole la causa passa all’esame dei cardinali e dei vescovi membri della Congregazione (che si riuniscono due volte al mese).
Se anche il loro giudizio è favorevole, il prefetto della Congregazione presenta il risultato di tutto l’iter della causa al Papa, che concede la sua approvazione ed autorizza il dicastero a redigere il relativo decreto. Con la proclamazione del martirio (se il candidato ha testimoniato la fede con la propria vita) o delle virtù eroiche, al titolo di Servo di Dio viene aggiunto quello di Venerabile.
Per la beatificazione occorre un miracolo attribuito all’intercessione del venerabile Servo o Serva di Dio, verificatosi dopo la sua morte. Il miracolo dev’essere provato tramite un’apposita istruttoria che si conclude con un decreto. Una consulta medica indaga sulla spiegabilità o meno, dal punto di vista scientifico, del miracolo. Promulgati i due decreti (circa le virtù eroiche e circa il miracolo), il Papa decide la "beatificazione" che è la concessione del culto pubblico, limitato a un ambiente particolare: diocesi di appartenenza o ordine di riferimento. Il candidato diventa così Beato.
Per la canonizzazione, cioè per il titolo di Santo, occorre un altro miracolo, attribuito all’intercessione del Beato e avvenuto dopo la beatificazione. La canonizzazione è la concessione del culto pubblico nella Chiesa universale. Ne è coinvolta l’infallibilità pontificia. Naturalmente i martiri, cioè coloro che hanno "offerto" la loro stessa vita per la fede, hanno un percorso privilegiato: a loro non serve aver compiuto miracoli perché li riconosciamo beati e santi.

 

Per informazioni 
su fr. Tommaso Acerbis da Olera, mons. Andrea G. Longhin e p. Giacomo Filon da Balduina:

Vicepostulazione
Convento Cappuccini
Piazzale S. Croce, 44 - 35123 PADOVA
Tel. 049.681464
Email niratlas@hotmail.com
Pagine web della Vicepostulazione

 

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