|
Vestito l'abito cappuccino nella provincia
veneta, a Verona il 12 sett. 1580, ottenne di imparare a
leggere e a scrivere, dimostrandosi subito "un
maestro e specchio della perfezione religiosa, anzi un
colmo di ogni sorte di virtù" (p. Giovenale Ruffini, 1682). Professò il 5 lug. 1584 e fu addetto
all'umile servizio della questua a Verona sino al 1605,
poi a Vicenza sino al 1612, a Rovereto dal 1613 al 1617.
Fu a Padova, nel 1618, quale portinaio del convento. Nel
1619, richiesto dall'arciduca del Tirolo Leopoldo V
d'Asburgo, fu destinato ad Innsbruck quale questuante.
Obbedienza e
umiltà lo fecero il "fratello della questua"
per quasi cinquant'anni, lamore per le anime lo
fece un apostolo: testimoniò il Vangelo, parlò di Dio;
istruì nella fede umili e grandi, impegnò tutti
nell'amore. Un vero apostolo senza stola, in dialogo con
tutti e tutti "si stuppivano... et pareva
impossibile humanamente che un semplice frate laico
parlasse così altamente di Dio, com'egli parlava".
"Da per tutto parlava delle cose di Dio con tanto
spirito e devotione, che rendeva a ciascheduno stupore e
maraviglia" . Spingeva a rappacificazioni e al
perdono; visitava e confortava i malati; ascoltava e
incoraggiava i poveri, scrutando coscienze denunciava il
male e facilitava le conversioni.
Per ottenere
quanto prospettava a chi incontrava, di notte vegliava in
preghiera, flagellava il suo corpo, imponendosi per la
salvezza degli altri digiuni e austerità. Fu promotore
di vocazioni a vita consacrata, ispirando
"singolarmente le vergini a darsi al Signore".
A Vicenza patrocinò lerezione del monastero delle
cappuccine, costruito presso Porta Nuova nel 1612-13. A
Rovereto sollecitò i provveditori della città ad
erigere il monastero delle clarisse, costruito nel 1642.
Nel Tirolo fu un trascinatore: guida spirituale dei
poveri nella Valle dellInn, catechista, informatore
delle attese codificate dal Concilio di Trento per
un'autentica riforma cattolica. Dal 1617 fu amico e
maestro spirituale dello scienziato Ippolito Guarinoni di
Hall, medico di corte a Innsbruck: oltre ai colloqui,
scrisse lettere sui problemi di etica coniugale, sul come
affrontare le croci nella famiglia, sul come amare Dio.
Seguì l'Istituto
delle Vergini di Hall, centro di educazione per le
ragazze della nobiltà tirolese; fu accanto, con incontri
e lettere, alle arciduchesse d'Asburgo Maria Cristina ed
Eleonora, sorelle di Leopoldo V. A costui e alla sposa
Claudia de' Medici fu guida spirituale, con frequenti
incontri al palazzo e con numerose lettere.
A tutti insegnava
quella "alta Sapienza dell'amore" che
"s'impara alle care piaghe di Christo";
esortava a reputarsi "felici nel patire"
perché "l'amore si conosce nel patire". Fu
consigliere dellarcivescovo Paride Lodron, principe
di Salisburgo. Seguì pure la vita spirituale
dellimperatore d'Austria Ferdinando II, standogli
accanto durante la guerra dei Trentanni (1618-48)
Fu amico e consigliere dei duchi di Baviera, Massimiliano
I ed Elisabetta, residenti a Monaco. Alla loro corte, nel
1620, portò dal luteranesimo a Chiesa cattolica il duca
di Weimar. Soggiornando a Vienna (1620-21), incontrando
alla corte imperiale Eva Maria Rettinger, vedova di
Giorgio Fleicher conte di Lerchenberg, la portò ad
abiurare al luteranesimo: si fece cattolica e si
consacrò a Dio tra le monche benedettine nel monastero
di Nonnberg-Salisburgo, diventandone badessa.
A Conegliano
(1624) portò alla fede cristiana lostinata ebrea
Paola sposa di Pietro Valier, che riconobbe: "Conosco
di essere nel grembo de Santa Chiesa per laiuto,
diligenza, solicitudine, et orazioni di fra
Thomaso".
Per tenere gli
operai fedeli alla Chiesa cattolica, ricorreva alla
collaborazione dei baroni Fieger di Friedberg,
imprenditori delle miniere di Taufers e datori di lavoro
nelle Valli dellInn e dellAdige. Di casa in
casa per la questua, sosteneva la fede dei vacillanti,
respingeva suggestioni e ideologie luterane che
sandavano espandendo.
Dai superiori
ebbe lordine di mettere in iscritto tali sue
conversazioni in difesa della fede. A Vienna, nel 1620,
stese "Concetti morali contra gli hererici",
pubblicati postumi in Fuoco damore (Augusta
1682). Svelò la fonte da cui attingeva il suo scrivere: "Ne
mai ho letto una sillaba de' libri; ma bene mi fatico a
leggere il passionato Christo".
Innamorato della
Madonna, nei suoi scritti la riconosce tra laltro
Immacolata Concezione, Assunta in cielo.
Fu tre volte
pellegrino alla S. Casa di Loreto, ricordando che "arrivando
in quella casa, mi pareva dessere in
paradiso". Indicò allamico Ippolito
Guarinoni una località vicino ad Hall, sul fiume Inn, al
Ponte di Volders: là volle che si costruisse una chiesa
da dedicarsi all'Immacolata Concezione; ne fece gettare
le fondamenta nel 1620; chiese aiuti, superò critiche e
difficoltà finanziarie. Ultimata nel 1654, fu la prima
chiesa, in terra di lingua tedesca, dedicata
allImmacolata e a s. Carlo Borromeo, ancor oggi
considerata dallAustria monumento nazionale
Quanti si
trovarono presenti alla sua morte, avvenuta il 3 maggio
1631, la ritengono una "morte d'amore". Fu
sepolto, domenica 5 maggio, nella cripta della Madonna,
nella chiesa dei cappuccini ad Innsbruck, dopo
ininterrotti pellegrinaggi di fedeli attorno a sua bara.
Attualmente la
tomba è nella parete destra della stessa cappella.
Persistette fino ad oggi la fama della sua santità.
Giovanni XXIII parlò di Tommaso come di "un
santo autentico e di un maestro di spirito".
Paolo VI, il 22 novembre 1963, lo ricordò come "valido
strumento della generale rinnovazione spirituale... tanto
da brillare nella storia di quel glorioso periodo insieme
coi più ardenti sostenitori della Riforma
cattolica"; lo indicò ai contemporanei come "fulgido
esempio di fedeltà, di zelo e di dedizione in quest'ora
grande, che batte per l'intera Chiesa",
particolarmente "nell'adesione consapevole alla
verità rivelata.., e nell'esercizio instancabile e
ardito delle virtù, specialmente della carità".
Il 28 febbraio
1967, a Bergamo, s'iniziò il processo ordinario
informativo, concluso il 19 aprile 1968;
contemporaneamente a Innsbruck, si svolse un processo
rogatoriale. Il decreto sugli scritti è del 12 gennaio
1974. Nel marzo 1978 fu presentata la Positio per
l'introduzione della causa e per l'eroicità delle
virtù, approvata il 7 marzo 1979. È del 4 dicembre 1980
il decreto sulla fama di santità del servo di Dio
Tommaso. Il 28 maggio 1982, fu riconosciuta la validità
dei processi informativo e rogatoriale.
|
|
Non aspettarti cose
grandi: miracoli, visioni, apparizioni, relazioni
importanti. Niente di tutto questo. Una vita lineare: una
linea però al verticale, da lui verso lalto, o
meglio dal Signore verso di lui, per investirlo della
missione umile e pur grande del ministro di Cristo, che
ama e dispensa la misericordia di Dio.
Balduina: un
piccolissimo paesino ai piedi dellargine
dellAdige, senza chiesa, perché non era
parrocchia. Al di là del fiume, a cinque chilometri,
Lendinara, in provincia di Rovigo. Beniamino Filon vi
nacque il 2 agosto del 1900, in una fattoria di
proprietà dei nobili Treves, da papà Giacomo, fattore,
e da Giuseppina Marin, sesto di otto figli.
Nei giorni di
festa si celebrava la messa per la popolazione del
paesino in uno stanzone della fattoria stessa. Era facile
perciò per i Filon soddisfare il precetto festivo in
famiglia; facile e gioioso. E certamente questo fatto ha
inciso nellanimo di Beniamino. Fu bravo
chierichetto, diligente, attivo, impegnato.
E la scuola?
Quanto a diligenza ce la metteva tutta, quanto a
intelligenza... faceva quel che poteva. Fra Balduina e
Lendinara fece il corso elementare e due anni di scuola
tecnica e "compì" la sua istruzione; ma il
Signore lo attendeva e lo preparava a qualche cosa di
importante.
A Lendinara
frequentava chiesa e convento dei Padri Cappuccini, da
lui conosciuti perché amici e spesso ospiti di casa
Filon. Questo contatto riuscì fecondo di conseguenze, e
quando fu tempo di decidere per la sua vita, scelse di
diventare cappuccino. Il 13 ottobre 1917 Beniamino entrò
nel Seminario Serafico di Rovigo, adattandosi, lui
17enne, a condividere vita e studio con ragazzini più
giovani.
Il servizio
militare, 1917-1922, lo distolse dagli studi ma non dal
suo ideale: la meta gli era sempre davanti. Nel settembre
del 1922 a Bassano entrò in noviziato, vestì
labito francescano, cambiò il suo nome con quello
di Giacomo e, a Venezia, 18 dicembre 1926, con i
voti solenni, divenne fra Giacomo.
E qui, sul
piccolo schermo di una vita apparentemente piatta agli
occhi di noi distratti ma non a quelli del Signore,
comincia a delinearsi la Croce, base e principio di ogni
santità: è un male progressivo, incurabile, che sembra
spegnere lideale amato, sperato e ormai vicino, di
una vita apostolica, consacrata al Signore nel sacrificio
di un ministero di grazia per sé e per gli altri, un
male che lo vuole steso sulla Croce accanto a Gesù. Che
mistero i disegni di Dio!
Il suo sacerdozio
è compromesso. Ma lo Spirito Santo che lo veglia e lo
conduce sul sentiero della santità, illumina i superiori
che, nonostante tutto, decidono di promuoverlo al
sacerdozio. Dio prevede e provvede. Per le mani del santo
Patriarca di Venezia, il cardinale La Fontaine, il 21
luglio del 1929 è "Padre" Giacomo, è
sacerdote in eterno.
E ora che cosa
dargli da fare? Il padre maestro del noviziato aveva
sentenziato: "Non sa fare nulla se non
pregare". Che fare dunque di lui? La risposta
la dà lui stesso, padre Giacomo: "Sarò come
Padre Leopoldo!".
Il suo andare è goffo, ad ogni passo sembra cadere
in avanti, si sono irrigiditi i muscoli, il viso ha perso
la sua mobilità, incapace ormai di esprimere i
sentimenti interni. Eppure ciononostante, anzi proprio
per questo: "Voglio essere come padre
Leopoldo!".
Ma se il suo
aspetto è così povero, compassionevole, così
inespressivo - e qui ci gioca Dio - il suo interiore è
tanto ricco della ricchezza più bella, più preziosa,
più nobilitante. Sì, il Signore gli ha tolto tutto
lesteriore, ma lo ha riempito tutto di amore. E per
Dio padre Giacomo accetta il morbo che lo ha colpito, per
Dio accetta di essere buono a nulla, per Dio è disposto
a tutto quello che lobbedienza gli comanderà o
negherà; solo che se allesterno tutto è negato,
niente e nessuno potrà togliergli lamore:
lamore per il suo Signore, per la
"Mamma", per le anime.
Che importa se il
suo corpo si sfascia quando Dio lo investe del suo
Spirito per farlo strumento di santificazione? Lui, padre
Giacomo, è il povero arrugginito badile, ma chi lo
maneggia sa farlo lavorare, sa come servirsene.
E se non sarà
fisicamente capace di predicare, di muoversi, di fare il
missionario, sarà idoneo ministro della grazia del
perdono. E vi si prepara con uno studio severo ed
intenso, conscio che il Signore lo vuole nel sacrificio
sullaltare del confessionale, a mettere le anime in
contatto con Dio, per ridare ad esse la dignità di
uomini e di cristiani. Non tutti capiscono i sacrifici
che impone il confessionale: ore senza numero, le persone
più varie, le resistenze da fiaccare, la volontà da
rafforzare, i sentimenti su cui rimettere le anime, il
riportarle in contatto con il Dio abbandonato, offeso fin
nella più degradante colpa.
E per ottenere
tutto questo è necessario soffrire, farsi vittima per i
peccatori. Padre Giacomo lo sa e da tanto tempo, ne fa
esperienza
Sì, parlando da cristiani un linguaggio
incompressibile a molti, Dio gli fa dono della
sofferenza, che, offerta, diventa arma irresistibile per
la conversione delle anime e - perché no? - anche per
ottenere grazie straordinarie. Ecco la sua vocazione: il
confessionale sarà il suo pulpito, la dispensa della
speranza, del perdono, della riconciliazione, della
conversione; soffrire e tacere, tacere ed offrire...
Dopo un breve
periodo di attesa passato nel convento di Capodistria, il
5 luglio del 1932 è destinato confessore a Udine dove
rimarrà fino alla morte.
E là si verrà a
scoprire quale dono il Signore aveva fatto
allOrdine e alla diocesi di Udine. I testimoni ci
informano: "Nel confessionale lo ricercano
tutti, specialmente i sacerdoti...". Per essi
aveva un tatto tutto particolare: era il giardiniere che
coltivava i fiori più delicati del suo giardino con le
cure più attente... Era un sollievo per i preti friulani
la certezza di trovare padre Giacomo, nella sua cella
confessionale, disposto a ricevere la loro confessione in
qualsiasi ora... anche in quella dei pasti, che
interrompeva subito, anche in quella del breve riposo
pomeridiano... Sembrava avesse fatto voto di essere, in
ogni momento della giornata, a completa disposizione dei
confratelli nel sacerdozio.
Un amore di
predilezione per i sacerdoti, dunque, che si spiega con
latto eroico da lui compiuto
Ad un
seminarista del seminario minore di Castellerio (Udine),
colpito da malattia che comprometteva la via al
sacerdozio, padre Giacomo, sensibile alle sofferenze del
giovane, per consolarlo e dargli fiducia, fratello in
croce a fratello pure in croce, svelò un po del
suo calvario e del suo ideale: "Io invece non
posso attendermi nulla di meglio. Mi sono offerto vittima
a Dio per la santificazione dei sacerdoti. Dio ha
accettato lofferta e ha disposto che
lencefalite letargica fosse lo strumento più
acconcio al raggiungimento del mio ideale".
Ciò spiega tutto
e ci fa comprendere tutto della vita di padre Giacomo.
Qui lamore di Dio e delle anime ha raggiunto il
grado sublime, soprattutto qui si rivela che Dio lo aveva
veramente chiamato e che lui aveva risposto un sì pieno
generoso eroico, nonostante il giudizio degli uomini.
Ho accennato
sopra allamore per la "Mamma"; così egli
chiamava la Madonna santissima. Anche qui i testimoni
dichiarano: "Aveva una singolare devozione alla
Madre del Signore". E con i fatti e per tutta
la vita, dimostrò di sentirla profondamente e di viverla
intensamente. Per lui la Madonna era una attrazione
irresistibile. Lamava di un amore semplice e
tenero... Di lei non poteva fare a meno e senza il suo
aiuto non riusciva a camminare lungo la sua dolorosissima
"Via crucis". Preziosa testimonianza! Non si
fabbrica santità escludendo la Madonna della propria
vita.
Due volte
pellegrino a Loreto era convinto che Maria non volesse la
sua guarigione... Era il segreto. Parlava molto spesso
della sua morte vicina, con vera gioia: "Presto
morirò... prova ad indovinare dove morirò... non
scherzo affatto, morirò presto, vicino alla Mamma, alla
Madonna". E Maria premiò la fedeltà del suo servo.
Nel luglio del
1948 chiese di andare a Lourdes. Ne fu sconsigliato per
le sue condizioni di salute. Ripeteva che desiderava lui
pure di andare a vedere la Madonna "a costo di
rimetterci la vita" e di questo sembrava sicuro
diceva: "A Lourdes ci vado, ma da Lourdes non
farò ritorno".
Al professore curante confidò che la Madonna gli avrebbe
fatto compiere lultimo viaggio senza il privilegio
della guarigione. Il professore esclamò: "E
allora perché ci va?". Gli rispose: "Per
morire vicino a Lei, alla Madonna".
Padre Giacomo
partì col pellegrinaggio malati di Udine il 20 luglio
del 1948; giunse a Lourdes il 21 alle ore 16.00 dopo 35
ore di viaggio. Chiese di essere portato subito alla
Grotta: non fu esaudito, e fu lultimo no ricevuto,
estremo sacrificio. Ricoverato in un asilo inferiore,
adagiato sul letto celebrò il suo ultimo rosario, si
addormentò, si svegliò, canticchiò il Magnificat e
dolcemente, serenamente come in un soffio rese la sua
bellanima a Dio.
Erano le undici
di sera del 21 luglio del 1948, diciannovesimo anno della
sua consacrazione sacerdotale (nellumiltà la sua
vita, nel silenzio la sua morte). La "Mamma"
laveva esaudito: era morto a Lourdes, la terra di
Maria!
Ora le sue spoglie riposano nel camposanto di Lourdes,
non lontano dalla Grotta benedetta, venerate e di
continuo infiorate in attesa del risveglio nel giorno
grande del Signore!
|
|
Perché un
cristiano venga dichiarato "santo" la Chiesa
segue una procedura lunga e minuziosa. Le norme canoniche
riguardanti tale procedura sono contenute nella
Costituzione apostolica Divinis perfectionis magister,
promulgata da Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983.
Seguiamo le varie tappe.
Per iniziare
una causa occorre che passino almeno 5
anni dalla morte del candidato. Ciò per consentire
maggior equilibrio ed obiettività nella valutazione del
caso e per far decantare le emozioni del momento. Tra la
gente devessere chiara la convinzione circa la
santità del candidato (fama sanctitatis -
santità di vita) e circa lefficacia della sua
intercessione presso Dio (fama signorum -
miracoli attribuiti).
Competente
ad iniziare listruttoria è il vescovo della
diocesi in cui è morta la persona di cui è richiesta la
beatificazione. Il gruppo promotore (diocesi, parrocchia,
congregazione religiosa o associazione) tramite il postulatore,
chiede al vescovo lapertura dellistruttoria.
Il vescovo, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede,
costituisce un appostito Tribunale diocesano,
che raccoglie tutti i documenti riguardanti il candidato.
Davanti al Tribunale i testimoni sono chiamati a riferire
fatti concreti sullesercizio delle virtù teologali
(fede, speranza e carità), di quelle cardinali
(prudenza, giustizia, temperanza e fortezza) e delle
virtù specifiche del proprio stato di vita. Da questo
momento al candidato compete il titolo di Servo
di Dio.
Terminata
listruttoria diocesana, gli atti passano alla
Congregazione delle Cause dei Santi. Il postulatore,
residente a Roma, segue, sotto la direzione della
Congregazione, la preparazione della Positio,
cioè della sintesi della documentazione che prova
lesercizio eroico delle virtù. La Positio
viene sottoposta allesame di nove teologi che
esprimono il loro voto.
Se la maggioranza è favorevole la causa passa
allesame dei cardinali e dei vescovi membri della
Congregazione (che si riuniscono due volte al mese).
Se anche il loro giudizio è favorevole, il prefetto
della Congregazione presenta il risultato di tutto
liter della causa al Papa, che concede la sua
approvazione ed autorizza il dicastero a redigere il
relativo decreto. Con la proclamazione del martirio (se
il candidato ha testimoniato la fede con la propria vita)
o delle virtù eroiche, al titolo di Servo di Dio viene
aggiunto quello di Venerabile.
Per la beatificazione
occorre un miracolo attribuito allintercessione del
venerabile Servo o Serva di Dio, verificatosi dopo la sua
morte. Il miracolo devessere provato tramite
unapposita istruttoria che si conclude con un
decreto. Una consulta medica indaga sulla spiegabilità o
meno, dal punto di vista scientifico, del miracolo.
Promulgati i due decreti (circa le virtù eroiche e circa
il miracolo), il Papa decide la
"beatificazione" che è la concessione del culto
pubblico, limitato a un ambiente particolare:
diocesi di appartenenza o ordine di riferimento. Il
candidato diventa così Beato.
Per la canonizzazione,
cioè per il titolo di Santo,
occorre un altro miracolo, attribuito
allintercessione del Beato e avvenuto dopo la
beatificazione. La canonizzazione è la concessione del culto
pubblico nella Chiesa universale. Ne è coinvolta
linfallibilità pontificia. Naturalmente
i martiri, cioè coloro che hanno "offerto" la
loro stessa vita per la fede, hanno un percorso
privilegiato: a loro non serve aver compiuto miracoli perché li riconosciamo beati e santi.
|