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A cavallo del 1200 lEuropa è un calderone
ribollente. Guerra in Spagna per la liberazione dagli
arabi, con una grande vittoria musulmana ad Alarcos nel
1195, e una grande vittoria cristiana a Las Navas de
Tolosa nel 1212. Lotte in Germania per la corona
imperiale, collegate al contrasto tra Francia e
Inghilterra per il possesso del Nord-Ovest francese;
rivolta degli inglesi contro il loro re Giovanni Senza
Terra...
In Italia, l’imperatore Enrico VI, figlio
del Barbarossa e padre di Federico II, ha ottenuto per
via di matrimonio il regno delle Due Sicilie, e si è
impadronito della Romagna e dellUmbria, terre
pontificie. Ma qui, dopo la sua morte (1197), sanguinose
rivolte hanno cacciato i governatori tedeschi.
Dalla bella vita alla
prigione
Anche la città
umbra di Assisi si è ribellata ai tedeschi. Non solo:
proclamandosi Comune indipendente, ha pure espulso un
buon numero di signorotti locali. Ma poi è stata
sconfitta dal perugini in una guerra locale provocata
appunto da quei signorotti, nel 1212. Molti soldati di
Assisi sono caduti prigionieri. Tra questi, uno dei
giovani più brillanti della città: Francesco, figlio
ventenne di messer Pietro Bernardone, un ricco mercante
di stoffe.
Intelligente,
allegro, ammirato, Francesco girava per Assisi con i
ragazzi della "buona società" locale, spesso
in costume da trovatore, e incantava le ragazze con
canzoni damore provenzali, la gran moda dei
raffinati. Oppure vestiva da "cavaliere", cioè
da nobile, sebbene non lo fosse. Ma aveva una gran voglia
di diventarlo. E anche suo padre ci teneva moltissimo:
non potendo entrare lui nel "giro" nobiliare
perché mercante, era pronto a tutto per farvi entrare il
figlio.
Per la via delle
armi si fa più presto a diventare cavaliere. Anche per
questo Francesco è andato in guerra contro Perugia.
Catturato, e detenuto per più di un anno, ha
"deriso la prigionia" tenendo allegri i
compagni di disgrazia con le sue canzoni e con i progetti
di altre avventure guerresche, appena possibile. Alla
fine del 1203 torna libero e, dopo aver superato una
grave malattia, rieccolo in armi al seguito di Gualtieri
di Brienne, per la guerra nel Sud.
Verso la
conversione
Ma non va oltre
Spoleto. Poco dopo la partenza, i suoi concittadini di
Assisi lo vedono tornare a casa: una febbre misteriosa.
Ma anche qualcosaltro: Francesco non riesce a
riprendere la vita di prima. Si stacca dalle brigate
eleganti, non lo sentono più cantare. Anzi, si separa
anche dalla famiglia, irritando il padre, che
assolutamente non capisce la sua indifferenza per i
prosperi affari di casa e, peggio ancora, la sua nuova
abitudine di passare giorni e giorni da solo, fuori
città, in una grotta. Quando poi lo vede vestito
pressappoco di stracci, crede che sia impazzito.
Invece è
incominciata la "conversione" di Francesco, che
non ha niente di subitaneo e di folgorante: è una cosa
lunga, una ricerca faticosa, quel mondo vitale e ribaldo
non fa più per lui. Gli affari del padre, meno ancora. E
tutta Assisi è sbalordita e scandalizzata quando, nel
1206, lo vede in piazza, presente il vescovo Guido,
spogliarsi di tutti gli abiti e restituirli al padre.
Riparatore di
chiesette
Ora gira per la
campagna. Si è fermato alla cadente chiesetta di San
Damiano, affaticandosi a restaurarla. Ha frequentato i
benedettini del monte Subasio, ha fatto il mendicante, ma
soprattutto è stato travolto da un disgusto invincibile
per quel mondo di imperatori e di re, di signori, di
guerre generali e locali, di nobili prepotenti e di
ricchi presuntuosi.
Restaurato San
Damiano, eccolo lavorare a unaltra cappella
diroccata, Santa Maria della Porziuncola.
La gente, ormai,
lo commemora come un morto: Francesco il trovatore
Francesco il cavaliere, ha lasciato il posto a Francesco
lo stravagante, il mentecatto da compatire.
I primi
compagni
Alcuni giovani,
invece, non accettano quella spiegazione, lo avvicinano,
stanno con lui. Condividono la sua ripugnanza per una
società che scoprono, essa sì, mentecatta. Però non
sanno ancora come reagire. Sì: farsi eremiti, fuggire,
appartarsi, è certo una maniera di contestare questo
mondo sbagliato. È lantica, classica maniera dei
monaci. Ma basta? Serve, oggi?
È quel che si va
domandando Francesco, da tempo. La risposta arriva in un
giorno di febbraio del 1208, a Santa Maria della
Porziuncola. Quel giorno, nella Messa di San Mattia, il
celebrante ha letto il passo evangelico che dice:
"Andate, predicate... non portate con voi oro né
argento né rame... né due tuniche...". Ecco la
strada: non già fuggire dal mondo, ma tornarci. Tornarci
cambiati per cercare di cambiarlo. E a quegli amici, i
primi proseliti, egli può ora indicare il programma
della povertà volontaria, unita alla predicazione
itinerante. Non la rinuncia appartata, ma la
testimonianza pubblica. Spogliati di tutto, lui e i suoi
amici (mercanti, artigiani, nobili, chierici) si
guadagneranno il vitto lavorando e, se occorre,
mendicando.
Il
"ritorno" nel mondo: da fratelli e araldi del
Vangelo
Della formazione
giovanile egli conserva lagilità sociale del
mercante e la passione, la fantasia del trovatore. Con i
compagni, egli istruisce la gente, la fa pregare e la
rallegra con i nuovi canti in volgare che va componendo,
ma soprattutto col contagio della gioia, raggiunta
attraverso lumile imitazione di Gesù povero,
medico amico dei malati e dei peccatori.
Francesco non è
tormentato dagli incubi, come certi gruppi ereticali. I
suoi amici non sono un nuovo ordine religioso, bensì una
fraternità ilare di eguali: egli li chiama frati,
cioè fratelli; e minori, in polemica con
la mania di grandezza che inquina il mondo a tutti i
livelli, dal re che vuole farsi imperatore al mercante in
pena perché non è cavaliere.
In poco tempo i frati
di Francesco invadono tutta Umbria. Vanno a due a due,
indossando la rozza tunica contadinesca con cappuccio, e
predicano sulle piazze, nei giorni di mercato, nelle
belle sere estive, in quel modo nuovo e affascinante. Non
solo: aiutano i poveri nei loro lavori, dividono con essi
il pezzo di pane, dormono dove capita. Hanno inventato
lausterità sorridente. Invece di proporsi come
esempi di virtù, indicano in Gesù stesso il modello.
Egli è lunico che bisogna imitare, e non ci sono
tragiche difficoltà. "Vedete", hanno sempre
laria di dire, "ci riusciamo persino
noi...".
Qualche
vescovo teme: una nuova eresia?
Il "sì" decisivo di papa Innocenzo III
Quando vicino al
loro convento di Rivotorto - alcuni anni dopo - passerà
il pomposissimo corteo di un imperatore avviato
allincoronazione romana (Ottone di Brunswick)
Francesco e i suoi frati non correranno a
rendergli omaggio, né gli scaglieranno maledizioni;
faranno molto di più, ignorandolo, continuando a
lavorare e a cantare con lietissima indifferenza, pronti
invece a pigliare in spalla il carico troppo pesante di
un vecchio contadino, a lavare le piaghe di un malato,
senza attendersi ringraziamenti. Francesco insegna che la
"perfetta letizia" non consiste nel sapere, nel
potere, nella scienza e neanche nei miracoli:
perfettamente lieto è chi sa ricevere linsulto e
la derisione e sa ricambiarli con lamore
sorridente.
Le dimensioni del
fenomeno interessano e allarmano i vescovi. È tempo di
eresie. Nella Francia meridionale, dopo lassassinio
di un legato pontificio, è in corso la sanguinosa,
tragica crociata contro i Catari. E se anche i frati
minori di Francesco fossero qualcosa di simile? Guido,
vescovo di Assisi, fa in modo che il Papa in persona
riceva Francesco ed esamini il suo programma di
evangelizzazione. Lincontro avviene a Roma, in
Laterano, nellestate del 1210.
Papa Innocenzo
III è un duro lottatore. Contrasta lavanzata
dellImpero in Italia, proclama la piena supremazia
pontificia sui poteri terreni, reprime le immoralità
private dei re dEuropa e combatte duramente i
Catari. Ma ora eccolo che ascolta attento da Francesco
lesposizione del suo programma, così diverso,
così poco allineato. Gli uomini della curia romana
vedono con grande sorpresa Innocenzo III fissare
sbalordito e avvinto il piccolo frate che gli spiega un
piano di vita fondato su scarni versetti evangelici:
andare, predicare, non possedere assolutamente nulla,
mettersi al di sotto di tutti.
Ma chi giudica
sullidoneità di questi aspiranti predicatori, che
non hanno conventi, né biblioteche, né scuole, né
maestri se non Francesco, il quale non è prete né
diacono? Non sono stati condannati i seguaci di Pietro
Valdo, che avevano un programma tanto simile a questo?
Qualcosa spinge però papa Innocenzo a dare la sua
approvazione. Senza passare per i vescovi, Francesco è
autorizzato a predicare personalmente, e ad affidare quel
compito a chi gli sembri degno, con lobbligo
tuttavia di trattare solo temi morali.
I francescani
si estendono a macchia dolio
Basta così,
Francesco non chiede di più. una regola vera e propria,
studiata e approvata, non la vuole. Per vivere il Vangelo
non occorrono norme ufficiali.
Ma in pochi anni
i suoi frati diventano centinaia, migliaia,
diffondendosi in Francia, Germania, Ungheria, Spagna: non
li conosce più tutti, non gli è possibile controllarli.
Certo, quel modo di predicare e di vivere risponde a una
"domanda" popolare che Francesco ha come
rivolto a se stesso, fornendo la risposta. Il trovatore
che incantava Assisi, ora entusiasma Europa.
Ma lo
straordinario sviluppo ripropone la questione: come
formare, orientare, controllare tutti questi frati,
ora che Francesco personalmente non può più farlo?
Ecco: ci vuole una regola generale, e apposite gerarchie
per farla rispettare. Lui, Francesco, non se ne
preoccupa. Che i suoi frati, liberi da sudditanze
gerarchiche e da pesi economici, vadano e corrano a
insegnare pace, amore e riconciliazione su tutte le
strade...
La giovane
Chiara fugge dal castello
Il lunedì santo
del 1212 è arrivata con una compagna alla Porziuncola
(nuova sede dei minori, cacciati da Rivotorto) la giovane
Chiara degli Scifi, fuggita dal castello di suo padre per
vivere in povertà totale. Francesco riveste le due donne
del saio e le affida a un vicino monastero di
benedettine. Ma altre donne, via via, seguono la strada
di Chiara (assumendo in seguito il nome di clarisse),
e così prende vita il movimento femminile francescano,
il "Secondo Ordine", che si insedia presso la
chiesetta di San Damiano, con una "norma di
vita" dettata da Francesco e basata sulla povertà
più rigorosa.
Intorno ai frati
minori si è formata intanto una cerchia di amici, di
simpatizzanti che, pur vivendo in famiglia e continuando
le loro attività, vogliono in qualche modo associarsi al
movimento, adottarne lo stile. Francesco, più tardi, li
raccoglierà nel suo "Terzo Ordine" (oggi
"Ordine Francescano Secolare" Ndr). Si
ripete, così, quanto avviene in vari movimenti ereticali
del tempo: un gruppo di uomini dediti solo alla
predicazione, un gruppo femminile prevalentemente
occupato nella preghiera, e tuttintorno una sorta
di "alone" popolare (ma Francesco e i suoi
seguaci avranno come norma di vita la fedeltà alla
Chiesa).
Francesco
incontra il sultano
Predicare il
Vangelo a tutti: ai cristiani già facenti parte della
Chiesa, agli eretici da riconciliare, ai pagani. Questo
è il piano di Francesco. Ma non vivrà tanto da vederlo
realizzato. Anzi, conoscerà più duna volta
lamarezza del fallimento. Già il suo protettore in
curia, il cardinale Ugolino, lo ha dissuaso
dallandare in Francia, dove egli vorrebbe mettere
fine con la parola e lumiltà al fratricidio della
guerra-crociata contro gli Albigesi.
Il suo progetto
di andare in Oriente - non da crociato, ma da predicatore
disarmato - riesce soltanto al terzo tentativo, con
scarsi risultati. Raggiunta nel 1219 San Giovanni
dAcri, Francesco passa in Egitto, dove
lesercito della quinta crociata sta assediando
Damietta; riesce nellimpresa quasi incredibile di
farsi ricevere dal sultano, che ha giurato lo sterminio
dei cristiani, gli parla e viene trattato molto
amichevolmente. Ma nessun musulmano si converte e nessun
crociato si convince che una folla di predicatori sia
più efficace di unarmata a cavallo per diffondere
la fede. Non solo: in Oriente egli riceve notizia di
dissensi e litigi tra i suoi frati, che
lurto con la realtà e le difficoltà
dellevangelizzazione ha diviso in due gruppi:
quello che sostiene la povertà assoluta, sia per gli
individui sia per la comunità; e quello invece che
ritiene necessaria qualche forma di proprietà
collettiva, per le stesse necessità
dellapostolato, che richiedono sedi, scuole,
biblioteche, chiese.
Dalla
spontaneità all "Ordine" religioso
Francesco
abbandona la direzione dellOrdine che aveva in
veste di "Ministro generale". Ma soprattutto è
costretto a cedere terreno sui princìpi, per salvare
lessenziale della sua opera. Non voleva regole
ufficiali, considerando sufficienti le schematiche norme
di vita dei primi tempi. Ma deve stenderne una, nelle
debite forme, che poi, ancora riveduta, sarà approvata
da papa Onorio III nel 1223. Così la comunità
francescana diviene un Ordine religioso propriamente
detto, con la sua gerarchia: i "guardiani" di
ogni convento, i "custodi" e i "ministri
provinciali" per gruppi di conventi e, oltre al
"ministro generale", anche un cardinale di
curia designato come protettore e controllore.
LOrdine
cresce, si sviluppa, ma spesso Francesco protesta:
"Chi mi ha voluto separare dai miei frati?".
Non finirà mai il suo tormento per questa rinuncia alla
fresca spontaneità, a vantaggio dellefficienza.
Le stigmate e
il "Cantico delle creature"
Malato e quasi
cieco, nellagosto del 1223 si ritira a La Verna,
leremo tra gli abeti dellAppennino
tosco-emiliano. Qui, nel settembre 1224, avviene il
misterioso prodigio delle stigmate: sul suo corpo si
riproducono le piaghe di Gesù nella Passione.
Peggiorando le sue condizioni di salute, chiede di
tornare nei luoghi della conversione e delle prime
fatiche. Così, trascorre qualche tempo a San Damiano,
dove Chiara dirige la sua comunità di religiose. Il Cantico
delle creature nasce proprio in quella casa di
preghiera e di rinuncia.
Francesco vuole
vivere gli ultimi giorni alla Porziuncola, ma i suoi frati
lo portano invece nellepiscopio di Assisi dove lo
si può curare meglio. Quando però si avvicina
lestrema ora ottiene di tornare là, vicino
atlantica cappelletto dove muore fra il 3 e il 4 ottobre
del 1226.
©
2000, ed. San Paolo
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