P.
Lazzaro Graziani
(20.10.1918 -
16.03.1961) 
Il primo a cadere è
stato P. Lazzaro da Sarcedo (VI), ucciso a Pangala, presso Mbanza Kongo,
dai protestanti il 16 marzo 1961. Catturato il mattino del 15, fu
torturato e poi gli fu tagliata una gamba. Trascinato al fiume,
avrebbero voluto buttarlo in acqua, ma la gente si oppose, dicendo che
essa si sarebbe inquinata, con gravi danni per tutto il villaggio. Il
giorno dopo arrivò nel luogo un capo protestante, irritato per essere
stato sconfitto dai portoghesi a Kwimba: saputo che il prigioniero era
un missionario cattolico, lo fece fucilare. Aveva 43 anni.
Il cadavere fu
gettato fra l'erba. Altri invece dicono che fu sepolto in piedi in una
buca in cui si lavorava il rame. Sul luogo della presunta sepoltura
l’erba si infoltì e divenne d'un verde più intenso, mai visto prima,
tanto che la gente aveva paura ed evitava di passare da quelle parti.
A molti anni di
distanza la tomba è stata scoperta grazie all'intervento di P. Gabriele
Bortolami il quale un giorno, parlando con gli anziani di Pangala,
chiese se era giusto che tutti potevano conoscere la sepoltura dei
propri morti e piangerli, e lui invece non poteva farlo perché
all'oscuro della tomba del confratello ucciso.
Allora la moglie del
catechista (che insieme al marito era stata costretta a seppellirlo)
disse che era tempo di dire la verità e parlò, raccontando tutto.
"Così - dice P.
Giorgio Zulianello, missionario a Mbanza Kongo - si è potuto coprire la
tomba con il cemento e piantarvi la croce".
P.
Piergiovanni Filippi
(17.04.1927 - 21.04.1961) 
Il secondo cappuccino
"martire" è stato P. Piergiovanni Filippi da Trieste, un religioso
franco, aperto, sbrigativo e pratico. Durante un attacco alla chiesa di
Damba, dove si erano rifugiate 250 persone, si sporse per controllare la
situazione: fu visto e venne colpito da un proiettile sulla fronte.
Sopravvisse 16 ore, morendo il 21 aprile 1961. Aveva 34 anni.
P. Piergiovanni si
era distinto come assistente delle scuole elementari e professionali,
come guida spirituale di ottomila cristiani; come formatore dei
catechisti e come missionario fra gli animisti della zona.
Per difendere i
rifugiati aveva eretto attorno alla chiesa una barricata di reti
metalliche, tronchi, siepi di filo spinato e trincee di
cavalli di frisia.
Giovanni XXIII che,
da Patriarca di Venezia, l'aveva ordinato sacerdote, non appena fu
informato della morte, lo esaltò come "vittima eroica dello zelo e della
carità apostolica".
P.
Piergiorgio Cavedon
(29.12.1943 - 02.01.1981)

Arrivato in Angola
nel novembre del 1973, si attirò l'odio di alcuni membri dei movimenti
di liberazione per il coraggio di dire la verità. Tornato per qualche
tempo in Italia, riprese la via dell'Angola nel 1977 e fu destinato a
Kimbele, nella Provincia di Uije, zona calda per la presenza dei soldati
cubani e di quelli dei due movimenti di liberazione angolani (FNLA e
MPLA) che si fronteggiavano accanitamente, tanto che fu deciso di
chiudere la missione.
P. Piergiorgio si
oppose e decise di restare. La sua salute, comunque, aveva bisogno di
cure appropriate e profonde, per cui i superiori lo invitarono a tornare
in Italia.
Partì dalla missione
all'alba del 2 gennaio del 1981 con una colonna militare. Superato il
tratto più pericoloso fra Kimbele e Sanza Pombo, P. Piergiorgio
accelerò, staccandosi un po' dalla colonna. La mossa gli costò la vita,
perché pochi chilometri prima di Macocola i guerriglieri lo centrarono
in pieno insieme al meccanico Antonio Ferreira.
Trasportato a Sanza
Pombo, fu sepolto accanto alla chiesa.
P.
Giuseppe Moretto
(04.05.1939 - 27.05.1985) 
Originario di Ciano
del Montello (TV), aveva 46 anni e da 18 si trovava in Angola. Fu ucciso
il 27 maggio sulla strada fra Camabatela e Samba Cajù, mentre si recava
a soccorrere un confratello e due suore, vittime di un'imboscata.
Gli era a fianco,
nella Land Rover, P. Rodolfo Saltarin, che rimase illeso e che
così narra l'episodio: "Ucciso Giuseppe, ci fu un istante di silenzio,
poi la sparatoria riprese con veemenza.
Alcuni istanti
ancora, e poi un strano silenzio. A romperlo è un grido selvaggio,
animalesco. Come per dire: li abbiamo uccisi tutti, quei disgraziati!
Sento parlare, ma non riesco a decifrare i suoni: mi pare che uno di
loro dia degli ordini. Poi, di nuovo, un silenzio da tragedia.
Sento dei passi
avvicinarsi alla jeep, dove io mi trovo con le mani sul cruscotto e con
la testa appoggiata ad esse: come fossi morto. Respirando il meno
possibile, formulo due ipotesi: ora, o mi uccidono antistante o mi
rapiscono. Invece, rompono il parabrezza col calcio del fucile,
collocano una bomba a pochi centimetri dalla mia testa, allacciano e
accendono la miccia, danno fuoco all’erba secca e se ne vanno. Istanti
dopo, sollevo la testa. Sull'orizzonte non c'é nessuno. Schizzo via
dallo sportello posteriore, scalzo, e corro disperatamente sull'asfalto.
Fatti una trentina di metri, mi butto sull'erba, al bordo della strada.
Alcuni istanti ancora e poi l'esplosione: la jeep sussulta e una colonna
di fumo nero s'innalza per diversi metri, seguita da un'altra di fuoco
divorante, più alta ancora.
Altro tempo ancora e,
finalmente, vengo recuperato da una colonna di militari governativi e di
civili loro amici, che ha incrociato e disperso i guerriglieri; e ora
sta proseguendo per Camabatela. Ben presto le tenebre ci avvolgono e una
pallida luna ci accompagna (a fine maggio, ai tropici, la notte arriva
improvvisa poco dopo le 18). Procediamo a passo d’uomo: alcuni armati, a
piedi; i restanti, sui camion. La colonna raggiunge la cittadina alle
23,30. Chiedo al conduttore di portarmi alla Missione, perché sono
scalzo ed infreddolito.
C'è una luce accesa
nella stanza di p. Giovanni. E' rimasto in attesa del nostro arrivo.
Sotto il buio porticato ci corriamo incontro, mentre gli grido: Hanno
ucciso Giuseppe!".
P.
Amedeo Giuliati
(04.03.1942 - 21.06.1989) 
Originario da Fenil
del Turco (RO), venne ucciso sulla strada fra Quiculungo e Samba Cajù, a
47 anni di età e tre di vita missionaria. Com'è successo lo racconta p.
Benjamin (Antònio José Maiato), cappuccino angolano, che era con lui nel
momento dell'agguato.
"Il 21 giugno '89, il
nostro superiore P. Amedeo volle visitare assieme a me il villaggio e la
regione di Samba Lucala: visita programmata tempo prima e mai realizzata
per difficoltà di vario genere, guerra compresa. Dopo la Messa in onore
di s. Luigi Gonzaga, siamo partiti dalla nostra Missione di Quiculungo
in direzione di Samba Cajù, con un Toyota
carico d'ogni ben di Dio per i poveri cristiani di quella terra, lontana
circa ottanta chilometri.
Dopo un po',
all'altezza del villaggio Kidiulu ('grande cielo'), cademmo in
un'imboscata tesa dall'UNITA.
P. Amedeo fu
investito da una raffica di proiettili, uno dei quali lo trafisse
mortalmente alla nuca. Si fermò (era lui che guidava), mentre io gridavo
con quanta voce potevo: ‘Siamo padri’. I guerriglieri accolsero il
messaggio, ma ormai il peggio era successo. P. Amedeo era lì,
agonizzante. Le sue ultime parole furono per i cristiani che serviva:
'Mi raccomando, mettete in salvo le provviste'. Gli diedi l'assoluzione
e l’Unzione degli infermi".
Il suo corpo,
trasportato a Camabatela, fu tumulato nel cimitero dei frati, accanto
alla chiesa della Missione.
Giorni dopo, davanti
alla chiesa di Quiculungo e in una fossa preparata da tempo, furono
sepolti (secondo l’uso locale) alcuni oggetti che gli erano appartenuti,
fra cui il suo saio, inzuppato di sangue.
I missionari che
seguono perirono tragicamente nel compimento del loro dovere
Mons.
Afonso Nteka
(12.03.1940 - 10.08.1991) 
Piccolo di statura e
leggermente claudicante per la poliomielite che l'aveva colpito
nell'infanzia, mons. Afonso Nteka era dotato d'intelligenza lucida e
serena che, unita a una volontà ferrea, gli consentì di acquistare una
vasta e ricca cultura bantu ed europea.
Era nato a Damba nel
1940, nel Nord, sulla strada tra Uije e Makela do Zombo. Entrò tra i
Cappuccini e compì gli studi e la formazione religiosa in Italia e in
Belgio, all'Università di Lovanio. Fu ordinato sacerdote nel 1971 e fu
subito chiamato a responsabilità di governo tra i religiosi.
Era superiore delle
missioni dell'Angola quando fu ucciso il missionario Piergiorgio
Cavedon. Nei suoi frequenti viaggi a Roma mai tralasciava di dare un
saluto a Remigio Cavedon, in quel tempo direttore de Il Popolo,
fratello del giovane cappuccino veneto.
La sua preparazione e
l'impegno diuturno per la sua gente più martoriata, indussero il Nunzio
Apostolico Mons. Baldelli a proporlo Vescovo di Mbanza Kongo (l'antica
São Salvador, la zona in cui arrivarono i primi missionari).
Il Nunzio trovò
tuttavia difficoltà nel giovane cappuccino, che si riteneva indegno per
l'alta carica, e che si piegò solo dopo ripetuti inviti e su esplicito
ordine della S. Sede. Come in un fioretto francescano, l'arcivescovo
Baldelli, visti inutili gli inviti, gli si presentò d'improvviso una
sera, sul finire del 1984, dopo essersi fatto 200 Km per raggiungerlo e
dirgli: "Ora, caro Padre, non potrà più fuggire. Ecco qui l'ordine del
Papa. Deve trovarsi a Roma per la prossima Epifania. Sarà consacrato dal
Santo Padre stesso in S. Pietro". Fu un pianto irrefrenabile, con il
Nunzio Apostolico che tentava di calmarlo. Da vescovo, in soli sei anni
di attività emerse come una delle figure significative dell'episcopato
africano.
La sua diocesi, più
grande del Veneto, battuta da una guerriglia crudele e abituata a far
terra bruciata, contro i soldati del governo e contro il corpo di
spedizione cubano, aveva centinaia di migliaia di profughi in Zaire ed
altre decine di migliaia che convergevano su Mbanza Kongo, che passò in
breve da 2000 abitanti a 80.000, accampati in qualche modo intorno alla
guarnigione militare per essere difesi.
Sfuggì a più di
un'imboscata: perse uomini e mezzi. Ma sempre tornava alla carica,
mendicando per tutta Europa, specie in Italia, ma anche in Belgio,
Olanda, Germania e Portogallo. Per le sue mani sono passate somme
ingenti. Nulla per sé, investendo sempre tutto, attento a che non si
perdesse nulla delle offerte ricevute. Due mesi prima di morire domandò
chiarimenti per aprire una banca a Mbanza Kongo, dove per 80.000
abitanti non c’era un solo sportello. Poco prima aveva voluto che gli si
inviassero i testi delle costituzioni europee ed americana, per farli
studiare ai suoi giovani, perché, al finire della guerra civile, fossero
pronti a prendere le redini dello Stato.
Aveva puntato molto
sulla rinascita cristiana del suo Paese, sul cui confine morì in un
tragico incidente aereo insieme ad altre otto persone (l’elicottero
su cui viaggiava si incendiò e cadde in fase di atterraggio. Ndr).
Il vescovo si era recato nell'ex Zaire per invitare la sua gente a
tornare in patria.
P. Carlantonio
Pastorella (19.07.1924 – 01.04.1996)

Dopo essersi laureato
a Roma in diritto canonico e un breve incarico come cappellano all'isola
di Saccasessola, fu chiamato in curia come segretario provinciale e
assistente religioso delle suore di clausura, compito che portò avanti
fino al 1973. Nel 1962 fu chiamato a Roma dal Ministro generale come
economo dell'Ordine, lavoro che svolse con impegno e dedizione. Tra i
problemi da lui affrontati ci fu quello complesso dell'alienazione del
collegio internazionale di via Sicilia e la costruzione del nuovo alla
periferia della città di Roma. Rientrato in provincia nel 1975, fu
incaricato dell'educazione dei giovani prima a Udine e poi a Belluno.
Nel 1982 partì missionario per l'Angola; rimase a Huambo fino alla
morte. In missione si distinse per l'impegno nell'evangelizzazione,
l'insegnamento nel seminario vescovile, la formazione dei candidati alla
vita religiosa, l'assistenza ai poveri, proprio durante gli anni
difficili della guerra e l'assedio della città di Huambo. Nel 1985
scriveva: “La situazione è quella che è, cioè incerta, insicura, ma con
la fede tutto si risolve: sappiamo con assoluta certezza che sopra di
noi c’è Dio Padre e che la nostra vita sta nelle su emani. Considero
questo tempo di missione una vera grazia, perché sono maggiormente a
contatto con la sofferenza, cioè con il Cristo di oggi. Inoltre qui ho
capito di più che cosa voglia dire servire ed essere segno di Dio, di
speranza e di pace, dove c’è la divisione e l’odio”.
I giorni più duri arriveranno all’inizio del 1993. Con la ripresa della
guerra civile in Angola, dopo la breve parentesi delle elezioni del
1992, la città di Huambo viene sottoposta ad assedio e a furiosi
bombardamenti aerei. Il 9 gennaio 1993 un obice entrò anche nella stanza
di p. Carlantonio: se la cavò con alcune ferite per le schegge. Il 25
gennaio la casa dei frati fu nuovamente colpita. Due stanze furono
devastate dalle esplosioni, ma fortunatamente gli inquilini – frati e
giovani studenti angolani – erano fuori.
La guerra spingeva migliaia di persone a cercare rifugio nei centri
urbani maggiori. Nel giro di poche settimane, nella periferia di Huambo
si formarono quartieri poverissimi. In uno di questi, assieme a p.
Flaviano Petterlini, p. Carlantonio diede il via al "progetto Camussamba",
riuscendo ad aprire due edifici scolastici, una cucina popolare, un
'posto medico', un centro di formazione per giovani e due cappelle.
Lunedì 1° aprile 1996 era il
primo giorno della Settimana Santa. P. Carlantonio era uscito in auto
per reperire alimentari per i poveri e per la missione. Stava tornando
assieme al suo assistente con il carico quando, all'improvviso, un
camion guidato da militari ubriachi arrivò a folle velocità da una via
laterale. Per il violento impatto, p. Carlantonio
perse il controllo del mezzo, venne sbalzato fuori sbattendo la testa
sull’asfalto. Morì poco dopo nel povero ospedale della città assistito
da p. Claudio Dagli Orti, giovane confratello da poco arrivato in
missione.
L’Arcivescovo di Huambo, prima della sepoltura, espresse il dolore e la
riconoscenza di tutti i presenti: “Tutta Huambo è qui a rendere omaggio
a questo sacerdote, grande operatore di pace e di riconciliazione. Egli
amò tutti. Nessuno deve sentirsi nemico: che il Dio della pace doni la
pace alla martoriata Angola”.
P. Giorgio
Zulianello (14.03.1944 –
28.06.2007)

[da: Avvenire
- 29.06.2007] Una delle sue principali ragioni di vita erano i bambini.
Quei meninos feiticeiros che, scacciati dai loro villaggi in omaggio ad
oscure tradizioni ancestrali che li segnavano come portatori di sfortuna
e in preda agli spiriti maligni, erano costretti a vagare soli,
atterriti e senza una meta. Padre Giorgio andava a prenderseli nella
sterpaglia angolana e li accoglieva in casa sua. Felice di poter ridare
loro una speranza. Di veder realizzata quella solidarietà che anni prima
lo aveva spinto a cercare, a migliaia di chilometri dalla sua terra di
origine, lo spirito più autentico e profondo del Vangelo.
La morte di padre Giorgio Zulianello, avvenuta ieri [28.06.2007] nel
disastro aereo che ha visto un Boeing 737 delle linee angolane Taag
schiantarsi a Mbanza Congo, è una perdita immensa per l'Angola e i suoi
figli. Per tutte quelle persone che in trentacinque interrotti anni di
missione, padre Giorgio aveva contribuito a salvare. Anche solo con una
parola, uno sguardo, una carezza. Era una persona entusiasta, piena di
ottimismo, padre Giorgio, missionario veneto dell'Ordine dei frati
minori cappuccini. «Gli piaceva cantare», ricorda ad Avvenire chi lo
conosceva da anni. E anche nei tempi bui della lunghissima guerra civile
- che con tanti lutti ha segnato la storia recente dell'ex colonia
portoghese - non gli veniva mai meno la speranza, la fiducia
incondizionata verso la bontà dell'animo umano.
Insieme ai suoi confratelli della missione di Mbanza Congo - sei decenni
di presenza viva nella zona - , padre Giorgio rappresentava un punto di
riferimento per l'intera comunità locale di vicinanza nelle difficoltà,
di spirito di sacrificio nell'emergenza quotidiana. Partito dalla
capitale angolana Luanda con 78 passeggeri a bordo, il velivolo sul
quale viaggiava ieri padre Giorgio ha perso stabilità intorno alle 13:30
ora locale, momento dell'atterraggio nei pressi dell'aeroporto di Mbanza
Congo, nel Nord del Paese, vicino al confine con la Repubblica
democratica del Congo. Finito fuor i controllo per l'esplosione di due
pneumatici, l'aereo avrebbe sfondato un edificio: le due ali si
sarebbero spezzate, la fusoliera staccata, la cabina del pilota
smembrata in due pezzi. Decine i feriti ricoverati in gravi condizioni,
mentre le vittime dello schianto sono almeno sei, tra le quali, appunto,
padre Giorgio.
Nato nel 1944 a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia, il
missionario aveva vestito l'abito cappuccino nel 1962 e nel 1971 era
stato ordinato sacerdote dall'allora Patriarca di Venezia, Albino
Luciani. Un anno dopo l'inizio della sua «vita nuova» in Angola, a
contatto con una difficilissima realtà, ma subito pronto a fare la sua
parte, «in particolar modo per l'educazione e la formazione dei
giovani», sottolinea il nunzio apostolico in Angola, monsignor Giovanni
Angelo Becciu. Non è un caso che anche ieri, nell'ora della morte, ci
fosse al suo fianco proprio uno di quei giovani, una ragazza (rimasta
ferita nell'impatto) che padre Giorgio aveva deciso di proteggere con il
suo amore, sottraendola alle persecuzioni di quegli stregoni che non
esitano a spezzare vite in erba coi loro riti e le loro maldicenze.
Devotissimo a Padre Pio e alla Madonna («un attaccamento, quest'ultimo,
ereditato dall'amatissima madre», ricorda un suo confratello), padre
Giorgio era tornato in Italia l'ultima volta un paio di anni fa.
«Ogni volta che tornava cercava sempre di coinvolgere il maggior numero
di persone possibili nel sostegno alle attività caritative della
missione», sottolinea ad Avvenire padre Luciano Pastorello, superiore
provinciale dei frati cappuccini del Veneto e del Friuli Venezia Giulia,
che per martedì prossimo aveva in programma una visita proprio alla
missione di Mbanza Congo. «Aveva una vocazione missionaria fortissima -
aggiunge il superiore nel ricordare padre Giorgio, che conosceva fin
dagli anni del seminario - Era, semplicemente, una persona splendida».
- L'angelo custode dei bambini di
Mbanza Congo (fonte: rivista missionaria "Continenti")
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