Tributo di sangue

Il sacrificio di alcuni missionari cappuccini

 

P. Lazzaro Graziani
P. Piergiovanni Filippi
P. Piergiorgio Cavedon
P. Giuseppe Moretto
P. Amedeo Giuliati
Mons. Afonso Nteka

P. Carlantonio Pastorella
P. Giorgio Zulianello

 


 

P. Lazzaro Graziani (20.10.1918 - 16.03.1961) P. Lazzaro Graziani

Il primo a cadere è stato P. Lazzaro da Sarcedo (VI), ucciso a Pangala, presso Mbanza Kongo, dai protestanti il 16 marzo 1961. Catturato il mattino del 15, fu torturato e poi gli fu tagliata una gamba. Trascinato al fiume, avrebbero voluto buttarlo in acqua, ma la gente si oppose, dicendo che essa si sarebbe inquinata, con gravi danni per tutto il villaggio. Il giorno dopo arrivò nel luogo un capo protestante, irritato per essere stato sconfitto dai portoghesi a Kwimba: saputo che il prigioniero era un missionario cattolico, lo fece fucilare. Aveva 43 anni.

Il cadavere fu gettato fra l'erba. Altri invece dicono che fu sepolto in piedi in una buca in cui si lavorava il rame. Sul luogo della presunta sepoltura l’erba si infoltì e divenne d'un verde più intenso, mai visto prima, tanto che la gente aveva paura ed evitava di passare da quelle parti.

A molti anni di distanza la tomba è stata scoperta grazie all'intervento di P. Gabriele Bortolami il quale un giorno, parlando con gli anziani di Pangala, chiese se era giusto che tutti potevano conoscere la sepoltura dei propri morti e piangerli, e lui invece non poteva farlo perché all'oscuro della tomba del confratello ucciso.

Allora la moglie del catechista (che insieme al marito era stata costretta a seppellirlo) disse che era tempo di dire la verità e parlò, raccontando tutto.
"Così - dice P. Giorgio Zulianello, missionario a Mbanza Kongo - si è potuto coprire la tomba con il cemento e piantarvi la croce".
 

P. Piergiovanni Filippi (17.04.1927 - 21.04.1961) P. Piergiovanni Filippi

Il secondo cappuccino "martire" è stato P. Piergiovanni Filippi da Trieste, un religioso franco, aperto, sbrigativo e pratico. Durante un attacco alla chiesa di Damba, dove si erano rifugiate 250 persone, si sporse per controllare la situazione: fu visto e venne colpito da un proiettile sulla fronte. Sopravvisse 16 ore, morendo il 21 aprile 1961. Aveva 34 anni.

P. Piergiovanni si era distinto come assistente delle scuole elementari e professionali, come guida spirituale di ottomila cristiani; come formatore dei catechisti e come missionario fra gli animisti della zona.

Per difendere i rifugiati aveva eretto attorno alla chiesa una barricata di reti metalliche, tronchi, siepi di filo spinato e trincee di cavalli di frisia.

Giovanni XXIII che, da Patriarca di Venezia, l'aveva ordinato sacerdote, non appena fu informato della morte, lo esaltò come "vittima eroica dello zelo e della carità apostolica".
 

P. Piergiorgio Cavedon (29.12.1943 - 02.01.1981) P. Piergiorgio Cavedon

Arrivato in Angola nel novembre del 1973, si attirò l'odio di alcuni membri dei movimenti di liberazione per il coraggio di dire la verità. Tornato per qualche tempo in Italia, riprese la via dell'Angola nel 1977 e fu destinato a Kimbele, nella Provincia di Uije, zona calda per la presenza dei soldati cubani e di quelli dei due movimenti di liberazione angolani (FNLA e MPLA) che si fronteggiavano accanitamente, tanto che fu deciso di chiudere la missione.

P. Piergiorgio si oppose e decise di restare. La sua salute, comunque, aveva bisogno di cure appropriate e profonde, per cui i superiori lo invitarono a tornare in Italia.

Partì dalla missione all'alba del 2 gennaio del 1981 con una colonna militare. Superato il tratto più pericoloso fra Kimbele e Sanza Pombo, P. Piergiorgio accelerò, staccandosi un po' dalla colonna. La mossa gli costò la vita, perché pochi chilometri prima di Macocola i guerriglieri lo centrarono in pieno insieme al meccanico Antonio Ferreira.
Trasportato a Sanza Pombo, fu sepolto accanto alla chiesa.
 

P. Giuseppe Moretto (04.05.1939 - 27.05.1985) P. Giuseppe Moretto

Originario di Ciano del Montello (TV), aveva 46 anni e da 18 si trovava in Angola. Fu ucciso il 27 maggio sulla strada fra Camabatela e Samba Cajù, mentre si recava a soccorrere un confratello e due suore, vittime di un'imboscata.

Gli era a fianco, nella Land Rover, P. Rodolfo Saltarin, che rimase illeso e che così narra l'episodio: "Ucciso Giuseppe, ci fu un istante di silenzio, poi la sparatoria riprese con veemenza.

Alcuni istanti ancora, e poi un strano silenzio. A romperlo è un grido selvaggio, animalesco. Come per dire: li abbiamo uccisi tutti, quei disgraziati! Sento parlare, ma non riesco a decifrare i suoni: mi pare che uno di loro dia degli ordini. Poi, di nuovo, un silenzio da tragedia.

Sento dei passi avvicinarsi alla jeep, dove io mi trovo con le mani sul cruscotto e con la testa appoggiata ad esse: come fossi morto. Respirando il meno possibile, formulo due ipotesi: ora, o mi uccidono antistante o mi rapiscono. Invece, rompono il parabrezza col calcio del fucile, collocano una bomba a pochi centimetri dalla mia testa, allacciano e accendono la miccia, danno fuoco all’erba secca e se ne vanno. Istanti dopo, sollevo la testa. Sull'orizzonte non c'é nessuno. Schizzo via dallo sportello posteriore, scalzo, e corro disperatamente sull'asfalto. Fatti una trentina di metri, mi butto sull'erba, al bordo della strada. Alcuni istanti ancora e poi l'esplosione: la jeep sussulta e una colonna di fumo nero s'innalza per diversi metri, seguita da un'altra di fuoco divorante, più alta ancora.

Altro tempo ancora e, finalmente, vengo recuperato da una colonna di militari governativi e di civili loro amici, che ha incrociato e disperso i guerriglieri; e ora sta proseguendo per Camabatela. Ben presto le tenebre ci avvolgono e una pallida luna ci accompagna (a fine maggio, ai tropici, la notte arriva improvvisa poco dopo le 18). Procediamo a passo d’uomo: alcuni armati, a piedi; i restanti, sui camion. La colonna raggiunge la cittadina alle 23,30. Chiedo al conduttore di portarmi alla Missione, perché sono scalzo ed infreddolito.

C'è una luce accesa nella stanza di p. Giovanni. E' rimasto in attesa del nostro arrivo. Sotto il buio porticato ci corriamo incontro, mentre gli grido: Hanno ucciso Giuseppe!".
 

P. Amedeo Giuliati (04.03.1942 - 21.06.1989) P. Amedeo Giuliati

Originario da Fenil del Turco (RO), venne ucciso sulla strada fra Quiculungo e Samba Cajù, a 47 anni di età e tre di vita missionaria. Com'è successo lo racconta p. Benjamin (Antònio José Maiato), cappuccino angolano, che era con lui nel momento dell'agguato.

"Il 21 giugno '89, il nostro superiore P. Amedeo volle visitare assieme a me il villaggio e la regione di Samba Lucala: visita programmata tempo prima e mai realizzata per difficoltà di vario genere, guerra compresa. Dopo la Messa in onore di s. Luigi Gonzaga, siamo partiti dalla nostra Missione di Quiculungo in direzione di Samba Cajù, con un Toyota carico d'ogni ben di Dio per i poveri cristiani di quella terra, lontana circa ottanta chilometri.

Dopo un po', all'altezza del villaggio Kidiulu ('grande cielo'), cademmo in un'imboscata tesa dall'UNITA.
P. Amedeo fu investito da una raffica di proiettili, uno dei quali lo trafisse mortalmente alla nuca. Si fermò (era lui che guidava), mentre io gridavo con quanta voce potevo: ‘Siamo padri’. I guerriglieri accolsero il messaggio, ma ormai il peggio era successo. P. Amedeo era lì, agonizzante. Le sue ultime parole furono per i cristiani che serviva: 'Mi raccomando, mettete in salvo le provviste'. Gli diedi l'assoluzione e l’Unzione degli infermi".

Il suo corpo, trasportato a Camabatela, fu tumulato nel cimitero dei frati, accanto alla chiesa della Missione.
Giorni dopo, davanti alla chiesa di Quiculungo e in una fossa preparata da tempo, furono sepolti (secondo l’uso locale) alcuni oggetti che gli erano appartenuti, fra cui il suo saio, inzuppato di sangue.

 

I missionari che seguono perirono tragicamente nel compimento del loro dovere

Mons. Afonso Nteka (12.03.1940 - 10.08.1991) P. Afonso Nteka

Piccolo di statura e leggermente claudicante per la poliomielite che l'aveva colpito nell'infanzia, mons. Afonso Nteka era dotato d'intelligenza lucida e serena che, unita a una volontà ferrea, gli consentì di acquistare una vasta e ricca cultura bantu ed europea.

Era nato a Damba nel 1940, nel Nord, sulla strada tra Uije e Makela do Zombo. Entrò tra i Cappuccini e compì gli studi e la formazione religiosa in Italia e in Belgio, all'Università di Lovanio. Fu ordinato sacerdote nel 1971 e fu subito chiamato a responsabilità di governo tra i religiosi.

Era superiore delle missioni dell'Angola quando fu ucciso il missionario Piergiorgio Cavedon. Nei suoi frequenti viaggi a Roma mai tralasciava di dare un saluto a Remigio Cavedon, in quel tempo direttore de Il Popolo, fratello del giovane cappuccino veneto.

La sua preparazione e l'impegno diuturno per la sua gente più martoriata, indussero il Nunzio Apostolico Mons. Baldelli a proporlo Vescovo di Mbanza Kongo (l'antica São Salvador, la zona in cui arrivarono i primi missionari).

Il Nunzio trovò tuttavia difficoltà nel giovane cappuccino, che si riteneva indegno per l'alta carica, e che si piegò solo dopo ripetuti inviti e su esplicito ordine della S. Sede. Come in un fioretto francescano, l'arcivescovo Baldelli, visti inutili gli inviti, gli si presentò d'improvviso una sera, sul finire del 1984, dopo essersi fatto 200 Km per raggiungerlo e dirgli: "Ora, caro Padre, non potrà più fuggire. Ecco qui l'ordine del Papa. Deve trovarsi a Roma per la prossima Epifania. Sarà consacrato dal Santo Padre stesso in S. Pietro". Fu un pianto irrefrenabile, con il Nunzio Apostolico che tentava di calmarlo. Da vescovo, in soli sei anni di attività emerse come una delle figure significative dell'episcopato africano.

La sua diocesi, più grande del Veneto, battuta da una guerriglia crudele e abituata a far terra bruciata, contro i soldati del governo e contro il corpo di spedizione cubano, aveva centinaia di migliaia di profughi in Zaire ed altre decine di migliaia che convergevano su Mbanza Kongo, che passò in breve da 2000 abitanti a 80.000, accampati in qualche modo intorno alla guarnigione militare per essere difesi.

Sfuggì a più di un'imboscata: perse uomini e mezzi. Ma sempre tornava alla carica, mendicando per tutta Europa, specie in Italia, ma anche in Belgio, Olanda, Germania e Portogallo. Per le sue mani sono passate somme ingenti. Nulla per sé, investendo sempre tutto, attento a che non si perdesse nulla delle offerte ricevute. Due mesi prima di morire domandò chiarimenti per aprire una banca a Mbanza Kongo, dove per 80.000 abitanti non c’era un solo sportello. Poco prima aveva voluto che gli si inviassero i testi delle costituzioni europee ed americana, per farli studiare ai suoi giovani, perché, al finire della guerra civile, fossero pronti a prendere le redini dello Stato.

Aveva puntato molto sulla rinascita cristiana del suo Paese, sul cui confine morì in un tragico incidente aereo insieme ad altre otto persone (l’elicottero su cui viaggiava si incendiò e cadde in fase di atterraggio. Ndr). Il vescovo si era recato nell'ex Zaire per invitare la sua gente a tornare in patria. 
 

P. Carlantonio Pastorella (19.07.1924 – 01.04.1996) P. Carlantonio Pastorella

Dopo essersi laureato a Roma in diritto canonico e un breve incarico come cappellano all'isola di Saccasessola, fu chiamato in curia come segretario provinciale e assistente religioso delle suore di clausura, compito che portò avanti fino al 1973. Nel 1962 fu chiamato a Roma dal Ministro generale come economo dell'Ordine, lavoro che svolse con impegno e dedizione. Tra i problemi da lui affrontati ci fu quello complesso dell'alienazione del collegio internazionale di via Sicilia e la costruzione del nuovo alla periferia della città di Roma. Rientrato in provincia nel 1975, fu incaricato dell'educazione dei giovani prima a Udine e poi a Belluno.

Nel 1982 partì missionario per l'Angola; rimase a Huambo fino alla morte. In missione si distinse per l'impegno nell'evangelizzazione, l'insegnamento nel seminario vescovile, la formazione dei candidati alla vita religiosa, l'assistenza ai poveri, proprio durante gli anni difficili della guerra e l'assedio della città di Huambo. Nel 1985 scriveva: “La situazione è quella che è, cioè incerta, insicura, ma con la fede tutto si risolve: sappiamo con assoluta certezza che sopra di noi c’è Dio Padre e che la nostra vita sta nelle su emani. Considero questo tempo di missione una vera grazia, perché sono maggiormente a contatto con la sofferenza, cioè con il Cristo di oggi. Inoltre qui ho capito di più che cosa voglia dire servire ed essere segno di Dio, di speranza e di pace, dove c’è la divisione e l’odio”.

I giorni più duri arriveranno all’inizio del 1993. Con la ripresa della guerra civile in Angola, dopo la breve parentesi delle elezioni del 1992, la città di Huambo viene sottoposta ad assedio e a furiosi bombardamenti aerei. Il 9 gennaio 1993 un obice entrò anche nella stanza di p. Carlantonio: se la cavò con alcune ferite per le schegge. Il 25 gennaio la casa dei frati fu nuovamente colpita. Due stanze furono devastate dalle esplosioni, ma fortunatamente gli inquilini – frati e giovani studenti angolani – erano fuori.

La guerra spingeva migliaia di persone a cercare rifugio nei centri urbani maggiori. Nel giro di poche settimane, nella periferia di Huambo si formarono quartieri poverissimi. In uno di questi, assieme a p. Flaviano Petterlini, p. Carlantonio diede il via al "progetto Camussamba", riuscendo ad aprire due edifici scolastici, una cucina popolare, un 'posto medico', un centro di formazione per giovani e due cappelle.

Lunedì 1° aprile 1996 era il primo giorno della Settimana Santa. P. Carlantonio era uscito in auto per reperire alimentari per i poveri e per la missione. Stava tornando assieme al suo assistente con il carico quando, all'improvviso, un camion guidato da militari ubriachi arrivò a folle velocità da una via laterale. Per il violento impatto, p. Carlantonio perse il controllo del mezzo, venne sbalzato fuori sbattendo la testa sull’asfalto. Morì poco dopo nel povero ospedale della città assistito da p. Claudio Dagli Orti, giovane confratello da poco arrivato in missione.

L’Arcivescovo di Huambo, prima della sepoltura, espresse il dolore e la riconoscenza di tutti i presenti: “Tutta Huambo è qui a rendere omaggio a questo sacerdote, grande operatore di pace e di riconciliazione. Egli amò tutti. Nessuno deve sentirsi nemico: che il Dio della pace doni la pace alla martoriata Angola”. 

P. Giorgio Zulianello (14.03.1944 – 28.06.2007) P. Giorgio Zulianello

[da: Avvenire - 29.06.2007] Una delle sue principali ragioni di vita erano i bambini. Quei meninos feiticeiros che, scacciati dai loro villaggi in omaggio ad oscure tradizioni ancestrali che li segnavano come portatori di sfortuna e in preda agli spiriti maligni, erano costretti a vagare soli, atterriti e senza una meta. Padre Giorgio andava a prenderseli nella sterpaglia angolana e li accoglieva in casa sua. Felice di poter ridare loro una speranza. Di veder realizzata quella solidarietà che anni prima lo aveva spinto a cercare, a migliaia di chilometri dalla sua terra di origine, lo spirito più autentico e profondo del Vangelo.

La morte di padre Giorgio Zulianello, avvenuta ieri [28.06.2007] nel disastro aereo che ha visto un Boeing 737 delle linee angolane Taag schiantarsi a Mbanza Congo, è una perdita immensa per l'Angola e i suoi figli. Per tutte quelle persone che in trentacinque interrotti anni di missione, padre Giorgio aveva contribuito a salvare. Anche solo con una parola, uno sguardo, una carezza. Era una persona entusiasta, piena di ottimismo, padre Giorgio, missionario veneto dell'Ordine dei frati minori cappuccini. «Gli piaceva cantare», ricorda ad Avvenire chi lo conosceva da anni. E anche nei tempi bui della lunghissima guerra civile - che con tanti lutti ha segnato la storia recente dell'ex colonia portoghese - non gli veniva mai meno la speranza, la fiducia incondizionata verso la bontà dell'animo umano.

Insieme ai suoi confratelli della missione di Mbanza Congo - sei decenni di presenza viva nella zona - , padre Giorgio rappresentava un punto di riferimento per l'intera comunità locale di vicinanza nelle difficoltà, di spirito di sacrificio nell'emergenza quotidiana. Partito dalla capitale angolana Luanda con 78 passeggeri a bordo, il velivolo sul quale viaggiava ieri padre Giorgio ha perso stabilità intorno alle 13:30 ora locale, momento dell'atterraggio nei pressi dell'aeroporto di Mbanza Congo, nel Nord del Paese, vicino al confine con la Repubblica democratica del Congo. Finito fuor i controllo per l'esplosione di due pneumatici, l'aereo avrebbe sfondato un edificio: le due ali si sarebbero spezzate, la fusoliera staccata, la cabina del pilota smembrata in due pezzi. Decine i feriti ricoverati in gravi condizioni, mentre le vittime dello schianto sono almeno sei, tra le quali, appunto, padre Giorgio.

Nato nel 1944 a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia, il missionario aveva vestito l'abito cappuccino nel 1962 e nel 1971 era stato ordinato sacerdote dall'allora Patriarca di Venezia, Albino Luciani. Un anno dopo l'inizio della sua «vita nuova» in Angola, a contatto con una difficilissima realtà, ma subito pronto a fare la sua parte, «in particolar modo per l'educazione e la formazione dei giovani», sottolinea il nunzio apostolico in Angola, monsignor Giovanni Angelo Becciu. Non è un caso che anche ieri, nell'ora della morte, ci fosse al suo fianco proprio uno di quei giovani, una ragazza (rimasta ferita nell'impatto) che padre Giorgio aveva deciso di proteggere con il suo amore, sottraendola alle persecuzioni di quegli stregoni che non esitano a spezzare vite in erba coi loro riti e le loro maldicenze. Devotissimo a Padre Pio e alla Madonna («un attaccamento, quest'ultimo, ereditato dall'amatissima madre», ricorda un suo confratello), padre Giorgio era tornato in Italia l'ultima volta un paio di anni fa.

«Ogni volta che tornava cercava sempre di coinvolgere il maggior numero di persone possibili nel sostegno alle attività caritative della missione», sottolinea ad Avvenire padre Luciano Pastorello, superiore provinciale dei frati cappuccini del Veneto e del Friuli Venezia Giulia, che per martedì prossimo aveva in programma una visita proprio alla missione di Mbanza Congo. «Aveva una vocazione missionaria fortissima - aggiunge il superiore nel ricordare padre Giorgio, che conosceva fin dagli anni del seminario - Era, semplicemente, una persona splendida».

- L'angelo custode dei bambini di Mbanza Congo (fonte: rivista missionaria "Continenti")

 

Torna alla pagina MISSIONI
 

 
 
Home  Chi siamo  Dove siamo  Le nostre case  La nostra storia  Spiritualità  Cultura  Missioni  Link