Parte da Padova la solidarietà con l’Angola

Il sostegno all'opera dei missionari.  Il Segretariato Animazione Missionaria dei frati Cappuccini del Veneto e Friuli-V.G… visto da vicino.

 

bambini di Uije (Angola)

Tutti conoscono il convento dei Cappuccini di S. Croce a Padova per il noto santuario che custodisce le spoglie mortali di S. Leopoldo Mandic da Castelnuovo di Cattaro (Herceg-Novi), il piccolo frate dalmata per oltre 40 anni ministro della misericordia di Dio che Giovanni Paolo II ha iscritto nell’albo dei santi nel 1983.

Ma tra le svariate attività legate al convento padovano, spicca senza dubbio il Segretariato Animazione Missionaria dei Cappuccini del Veneto e Friuli-Venezia Giulia. La sede è collocata in una zona un po’ discosta del complesso conventuale. L’abbiamo raggiunta con l’obiettivo di conoscere meglio di che cosa si occupano e che progetti stanno elaborando i frati che vi lavorano.
Ad accoglierci la gentile signora Giannina, addetta alla segreteria, che ci introduce subito all’incontro con p. Giuseppe Priante e fr. Luigi Siviero. P. Giuseppe, per oltre 5 anni missionario in Angola, da 4 anni dirige il Segretariato, coadiuvato da fr. Luigi.
Entrambi provvedono all’invio del materiale necessario ai 33 missionari che operano in Angola, senza contare che nello stesso paese africano opera un’altra cinquantina di Cappuccini autoctoni, tutti in gravi difficoltà a causa della guerra civile, riesplosa con violenza nell’autunno del 1998. Inoltre, il Segretariato missionario in qualche modo si occupa di altri missionari: 2 sono in Capoverde, 1 nella Repubblica Centroafricana. La Provincia veneta dei Cappuccini ha pure 9 suoi fratelli in Grecia e 8 in Brasile.

Sul retro del convento esiste uno stabile adattato a magazzino, di fronte alla cui entrata stazionano due grandi containers. Sono pronti ad essere colmati dalla solidarietà di una straordinaria rete di gruppi missionari che p. Giuseppe sta gradualmente raccordando in una sorta di collegamento permanente.
Negli ultimi tempi le spedizioni hanno subito una certa contrazione. "A causa dell’infuriare della guerra civile in Angola, con la conseguente insicurezza", spiega p. Giuseppe, "purtroppo il materiale che noi spediamo sta incontrando molta difficoltà ad arrivare ai missionari, molti dei quali sono dislocati all’interno di un paese, vasto 4 volte l’Italia. I containers rimangono molto tempo fermi a Luanda, finché qualche missionario non riesce ad arrivare a prelevare quanto attendeva, magari da lunghi mesi".

Le difficoltà non sembrano mai abbastanza. "In questi ultimi tempi, poi", continua p. Giuseppe, "le strade sono talmente pericolose che i missionari devono attendere molti giorni prima di riuscire a trovare posto per le loro cose in qualche aereo". Insomma, ci sembra di capire che il frutto della solidarietà italiana, quando arriva a destinazione, è davvero accolto come il segno della provvidenza divina.

Ad occuparsi del reperimento e della spedizione del materiale si occupa direttamente fr. Luigi. Gli domandiamo che tipo di materiale chiedono, di solito, i missionari. "Generi alimentari, medicinali, vestiario, pezzi di ricambio per le auto - di difficile reperimento e molto cari laggiù - gruppi elettrogeni, condutture e pompe per i pozzi artesiani e piccoli acquedotti... anche se, in questi ultimi mesi, siamo costretti a spedire quasi esclusivamente generi di prima necessità". Ed è ben comprensibile: l’Angola sta vivendo una situazione umanamente insostenibile. Su una popolazione totale di circa 11 milioni, la guerra ha già prodotto oltre 2,5 milioni di rifugiati interni. Un terzo dei bambini muore prima di raggiungere il quinto compleanno. Malaria, malattia del sonno e lebbra sono in crescita. Disastri che si stanno abbattendo sul Paese che è il secondo produttore di petrolio dell’Africa Sub-sahariana, con un ritmo di estrazione di 770.000 barili di greggio al giorno, che fruttano al governo angolano la cospicua somma di 3 miliardi di dollari americani (circa 6.600 miliardi di lire italiane) all’anno!
"Tutto il materiale che spediamo con i containers", conclude fr. Luigi, "viene donato dagli stessi benefattori, oppure lo acquistiamo noi tramite le offerte ricevute".

Il centro missionario dei Cappuccini veneti funge da base di accoglienza di tutti i missionari che rimpatriano, sia per un periodo di riposo come per motivi di salute. In quest’ultimo caso, poi, non di rado ci si è trovati a dover gestire vere e proprie emergenze. Una situazione che negli ultimi tempi coinvolse i frati Giovanni Perizzolo e Mariano Demeneghi. Il primo ferito nel giugno 1998 in un’imboscata tesa dai guerriglieri dell’UNITA (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), il secondo saltato con il suo fuoristrada su una mina anticarro nel marzo 1999. In entrambi i casi, il responsabile del Segretariato, in costante collegamento con la Curia provinciale dei Cappuccini veneti sita a Venezia-Mestre, ha vissuto ore febbrili nello sforzo di consentire il più rapido trasferimento in Italia dei feriti, bisognosi di cure urgenti.

Un altro importante ruolo del Segretariato consiste nel tenere vivi i rapporti con le famiglie di ciascun missionario e, insieme, con i numerosi centri missionari, la maggior parte dei quali si costituì spontaneamente attorno ai conventi cappuccini. Tra l’altro, da qualche tempo è diventata una simpatica ed apprezzata consuetudine la giornata dedicata a tutti i familiari dei missionari. Ospitata ogni anno dal convento di Padova, la "giornata" si è ormai imposta come un appuntamento atteso. Si stringono nuove amicizie; ci si sensibilizza attorno a qualche progetto da realizzare in paesi lontani; con concretezza si gettano ponti con popoli sfortunati, non di rado considerati negativamente solo perché rappresentati da governanti indegni.

Paradossalmente in un’epoca segnata dalla globalizzazione, all’opinione pubblica è negata informazione sulla quasi totalità dei Paesi africani, tra cui l’Angola. Chiusa l’epoca coloniale, sembrano come dimenticati a se stessi. In realtà, i Paesi più ricchi hanno continuato a fare affari, spesso speculando sull’immaturità democratica di quei popoli e saccheggiando le loro risorse. Al di là di roboanti proclami umanitari e appelli ufficiali alla pace, spesso l’Occidente non sa andare. Più per proprio tornaconto che per incapacità d’azione. E intanto, generazioni intere di angolani spariscono nel silenzio, inghiottite dalla miseria e dalla violenza. "Per conoscere concretamente una cosa bisogna vederla", spiega p. Giuseppe, "ecco perché abbiamo realizzato la videocassetta Angola, terra di frontiera. Ogni volta che la presento e proietto in occasione di un incontro o giornate missionarie, m’accorgo che vale più di tante parole. Alla fine, mi chiedono come aiutare i frati missionari e quei bambini poveri, abbandonati".

"Dio voglia", esclama sorridendo, "che il rinnovamento delle nostre Chiese passi attraverso questo confronto arricchente e attraverso la conoscenza di quanto hanno fatto e continuano a fare, malgrado mille difficoltà, i nostri missionari". Ha davvero ragione: i missionari cappuccini veneti e friulani, lungo la loro storia, si sono arricchiti di splendidi esempi di altruismo da presentare alle comunità cristiane - specialmente ai giovani - che stanno dimostrando vivo interesse per l’esperienza missionaria. Basti pensare alla straordinaria vitalità umana e cristiana di uomini come F. Camillo Peraro, 90 anni, ritornato nella sua missione angolana nel novembre del 1998, desideroso di fare ancora del bene, per poi morire accanto a coloro per i quali ha speso l’intera esistenza. "Prima di morire", confidò a un giornalista di Famiglia Cristiana (n. 45/1998, p. 94-96), "voglio lasciare queste mie scarpe a un africano". La vita continua, e il testimone deve passare di mano, da missionario a missionario. Per il bene di ogni "africano".

A tu per tu con p. Giuseppe

Attorno a un tavolo, seduto davanti a un coloratissimo quadro angolano naïf, p. Giuseppe Priante si è prestato ad alcune domande.

– Da diversi anni il Segretariato Animazione Missionaria, che dirigi, promuove progetti improntati alla solidarietà con le missioni africane. Cosa significa "carità cristiana " di fronte alle urgenze di un popolo senza pace da quasi 30 anni, come quello angolano?

– Credo che la carità cristiana non equivalga al "diamo perché abbiamo", ma si traduca principalmente con "l’essere vicini" alla gente. Anche se poi non riusciamo a risolvere i tanti problemi che l’affligge. Per noi occidentali può sorgere il rischio di ridurre la carità a un fatto di organizzazione economica, di razionale distribuzione di aiuti.


– Nel febbraio del 2000, in occasione del Capitolo della Viceprovincia cappuccina, sei sceso in Angola. C’è stata qualche situazione che ti ha colpito in questo senso?

– Sì, a Luanda, per esempio, vive una famiglia - conosciuta in precedenza - che feci di tutto per raggiungere. La madre, Maria Duarte, 45 anni, è poliomielitica, costretta a muoversi strisciando e trascinandosi all’interno del misero appartamento che occupa assieme ai due figli, di 9 e 15 anni. Il marito è morto. Il fratello viveva con loro, ma è morto poco tempo fa. Vivono a cielo aperto nello scantinato di un vecchio palazzo coloniale, non lontano dalla residenza presidenziale. La donna deve salire tre scalini per uscire all’aperto: a causa del suo stato di salute riesce a farlo solo una volta alla settimana, grazie all’aiuto di qualcuno. All’esterno viene sorretta e collocata in una specie di carrozzella.
Nel 1998 mi recai a trovarla e le lasciai qualcosa perché provvedesse almeno qualche lamiera per coprire l’appartamento e perché facesse costruire una casupola altrove. Lei confidava molto nell’aiuto del fratello, che purtroppo scomparve di lì a poco. In breve, quando mi vide confessò: "Ho pregato tanto il Signore che arrivassi... Anche se è passato un anno, mi sembra che tu sia stato qui con noi solo ieri per aiutarci. Per me questi sono segni che il Signore ci è vicino".
Oggigiorno, di casi come questo l’Angola è zeppa. Per molta gente, gli stipendi mensili si aggirano sui 70, 100 dollari americani, naturalmente per chi ha la fortuna di lavorare. Allo stesso tempo i prezzi sono a livelli europei. Possiamo immaginare la difficoltà di tirare avanti che molta gente sperimenta.

Adozioni a distanza

– So che ti stai occupando di adozioni a distanza. Da a quanto tempo è stata avviata questa occasione di solidarietà?
– Sono cinque anni circa. Nei primi due il progetto partì coinvolgendo poche persone in Italia. Ci fu qualche difficoltà a causa della novità dell’iniziativa anche per i missionari, che erano chiamati a segnalare le persone da aiutare. Oggi, la maggior parte degli "adottati" si trova nella capitale, Luanda, dove è più facile tenere i contatti tramite corrispondenza. Purtroppo all’interno del Paese ciò è molto difficile, ma sono state avviate adozioni pure a Negage, dove fr. Damiano si sta interessando ad un gruppo di orfani che, mediante gli aiuti giunti dall’Italia, è stato possibile reinserire nella scuola.


– Pensi si tratti di una forma di aiuto efficace?

– Certo, queste adozioni a distanza non possono essere risolutive. Rispetto alla proporzione dei problemi, non è molto... Sono piccoli segni che comunque danno forza e speranza, perché un aiuto concreto rivolto a persone che devono mangiare, andare a scuola... L’ideale sarebbe disporre di fondi sicuri e continuati e, con ciò, portare avanti un progetto. Per esempio, seguire con regolarità l’istruzione, il cammino formativo di qualche persona. Purtroppo, in Angola se non si paga la quota annuale non si va a scuola. E molti sono costretti ad interrompere gli studi avviati.


– Quale fascia d’età stanno coinvolgendo i progetti di adozione già avviati?

– Normalmente si tratta di bambini. Però mi sto accorgendo dell’urgenza di sostenere giovani capaci nella loro formazione culturale, magari attraverso borse di studio. Purtroppo, in Africa a causa della carenza di istruzione, a volte manca la stessa capacità di pensare autonomamente, di scegliere... Molti cadono, così, in un tale fatalismo dall’interno del quale diventa incredibilmente difficile pensare, per sé e per gli altri, un avvenire migliore.

Impegno per la scuola

– Oggi, che tipo di progetti il Segretariato missionario che dirigi sta privilegiando?
– Ci stiamo muovendo con una attenzione particolare al mondo della scuola. Numerose missioni da tempo hanno aperto e sostengono "scuole della missione", perché a livello statale c’è poco.
Ma per capire bisogna fare un passo indietro. Nel periodo coloniale, i portoghesi ci garantirono il sostegno nella costruzione dei locali scolastici. Con la dichiarazione dell’Indipendenza del 1975, assieme ad altri edifici ci vennero confiscate anche le scuole. Lo Stato - di indirizzo marxista - tentò di assumere tutto il settore dell’educazione, ma poi si trovò in enormi difficoltà: edifici devastati dall’incuria e dalla guerra, incapacità di assicurare un salario regolare agli insegnanti... Così la scuola statale si bloccò.
A quel punto le missioni avvertirono la necessità di intervenire per l’alfabetizzazione. Più tardi lo Stato riconsegnò le strutture, con la promessa di aiuti che non sono arrivati. Risultato: ci siamo trovati di fronte migliaia di alunni, pochi insegnanti, strutture carenti o disastrate e pochi mezzi a disposizione.


– Dove sono situate le scuole legate alle missioni e in che modo si può intervenire in loro aiuto?

– Si trovano a Negage, Sanza Pombo, Camabatela, Damba, Makela do Zombo, Mbanza Congo, Samba Caju, Huambo... In genere si tratta di scuole elementari e medie. In qualche caso si aggiunge pure il livello superiore, corrispondente al nostro ginnasio.
Oltre all’aiuto alle singole persone - di cui ho parlato - si tratta di sostenere la struttura, organizzazione scolastica. Singoli gruppi missionari o comunità potrebbero impegnarsi a sostenere una scuola o una classe, tramite forniture di materiale scolastico o il pagamento dello stipendio degli insegnanti... Ciò darebbe maggiori garanzie di continuità ai missionari direttamente coinvolti nel settore. Mi auguro che questa sorta di "gemellaggio" tra un singolo gruppo missionario in Italia e una missione specifica, con la scuola e altre attività, s’imponga stabilmente.
Vorrei aggiungere che l’aiuto che potremmo dare è un’"integrazione". Infatti il missionario richiede alle famiglie degli alunni una forma di compartecipazione alle spese scolastiche, in denaro o in generi alimentari. Abbiamo scelto questa via per responsabilizzare le stesse famiglie, perché prendano sul serio la scuola e capiscano che ogni struttura ha un costo.


– Vi occupate anche della formazione di giovani?

– Sì, perché ci siamo resi conto che probabilmente è questa la strada per far uscire l’Angola dal tunnel in cui è piombata, prima con il regime marxista e adesso con la guerriglia continua. Si tratta di contribuire alla creazione di uomini nuovi, che si impegnino nel sociale e nella politica mossi dalla ricerca del bene comune e da valori cristiani. Mirando a tale obiettivo, abbiamo cominciato ad assicurare borse di studio ad alcuni giovani.
Oggi abbiamo due studenti universitari a Lisbona e quattro a Luanda, che stanno studiando Diritto presso la neonata Università Cattolica di Angola. Attraverso la solidarietà di buona gente, qui in Veneto, stiamo aiutando altri studenti ancora, a Luanda come pure a Uije.


– Ho saputo che il Segretariato ha già realizzato e sta sostenendo alcune microrealizzazioni, ad esempio a livello di approvvigionamento idrico e irrigazione. A che punto siete?

– Purtroppo la grave situazione di instabilità politica sta frenando un po’ tutto. La ripresa dello scontro armato tra le fazioni in lotta ha impedito rinvio di volontari che si erano resi disponibili. Per il momento siamo riusciti a far arrivare a Luanda il materiale necessario. Ma a Negage, dove è prevista la realizzazione di due pozzi, e Sanza Pombo, dove urgerebbe un impianto di pompaggio e canalizzazione dell’acqua, sono costretti ad aspettare tempi migliori per passare alla fase realizzativa.
Ci sarebbero poi da sostenere altri progetti: a Mbanza Congo la costruzione della nuova residenza dei missionari; a Luanda la ristrutturazione del grande cinema (già avviata, ma bisognosa di notevoli aiuti per il completamento), della falegnameria, delle scuole medie, degli impianti sportivi... in modo da aprire nuovi spazi per la parrocchia e i suoi numerosi gruppi e, insieme, per riservare altri locali ai giovani studenti di teologia cappuccini. Cerchiamo di rispondere al grande bisogno di spazi di aggregazione. A causa della guerra civile, infatti, tantissima gente alla ricerca di sicurezza si è riversata nella capitale, ma a prezzo della perdita di importanti valori tradizionali: l’amicizia, la solidarietà, i legami familiari. Credo che il recupero di essi passi anche attraverso determinate realizzazioni che stiamo perseguendo.


– La guerra civile, che continua ormai da quasi trent’anni, sta rendendo tutto più difficile. Anche l’opera dei missionari risente della tragica ora che sta vivendo l’Angola?

– Non potrebbe essere altrimenti. I missionari hanno scelto di legare la loro vita e il loro sacerdozio a quel popolo. Stanno dando una testimonianza veramente grande di dedizione e gratuità. Certo, sono provati, anche abbastanza duramente: penso ad alcune missioni rimaste isolate per più di un anno. Tuttavia nessuno ha chiesto di lasciare per rientrare in Italia. Sanno che, in determinate situazioni, la loro presenza stessa costituisce un segno di speranza, una specie di "antidoto" contro la fuga disperata - e spesso senza ritorno - dai villaggi minacciati dalla guerriglia.
Qualcuno mi ha raccontato, commosso, che talvolta i rintocchi della campanella del villaggio, ormai disabitato o saccheggiato, è bastato per richiamare chi già stava fuggendo o viveva terrorizzato in un rifugio di fortuna nel buio della foresta. La vita poteva riprendere, attorno al missionario e alla sua chiesa".
Mentre p. Giuseppe diceva queste ultime cose, ci viene in mente quanto confidò in un’intervista, qualche mese fa, il comboniano Alex Zanotelli, da anni nella bidonville keniana di Korogocho: "La Chiesa oggi ha un ruolo incandescente. Una volta pensavamo ai battesimi. Oggi pensiamo all’anima. Quando un bambino ti arriva senza braccia, quando una donna muore di sete, il prete diventa il padre, la consolazione. Diventa gli occhi e le mani di Dio...".
Lasciando Padova e il Segretariato missionario dei Cappuccini, ringraziamo p. Giuseppe e i suoi collaboratori. Da lontano, l’attivismo dei gruppi missionari, con le loro bancarelle e le scatole di medicinali; le "giornate missionarie" con i posters con i bambini dagli occhi scavati e i carri armati fiammanti dei "signori della guerra"; le testimonianze di anziani missionari, con l’inevitabile mano tesa per dar ossigeno ai loro progetti e forma concreta alla parola generosità... non sembravano niente di più che una goccia nel deserto. Ed è davvero così, se ci fermiamo ai numeri, alla valutazione della drammatica situazione angolano
Ma non per Manuel, José, Maria, Belita, Miguel, Elena... e centinaia di altri bambini e ragazzi angolani in carne ed ossa (oggi bisognerebbe aggiornare: in pelle e ossa!): per loro quella "goccia" è la possibilità di una vita diversa, la garanzia di continuare a sognare un futuro senza guerra. E per noi? Per noi cristiani del Nord del mondo è l’occasione di scoprirci tutti missionari.


di G. Lazzara - © 2000 Continenti (numero speciale)

 

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