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Strano posto si è
scelta la Madonna: una cresta da fulmini e tempeste a
strapiombo su un costone ventoso. Se soffia il vento
sembra il castello di qualche crudele signorotto, un
maniero insanguinato e sinistro; ma se cè il sole
è un presepe dincanto tra abetaie e cime innevate:
senti i tuoi passi sul lastricato e la brezza ti
accarezza le guance...
A
dire il vero Castelmonte è un colle che non misura più
di 618 metri, ma pare un colosso alto più di mille. con
quei versanti precipitosi tra la fossa del torrente
Judrio e la vallata del Natisone. Qui si aggrovigliano in
spirali urlanti i venti che soffiano da ogni direzione.
Insomma, è un luogo dalla bellezza aspra, come è aspra
e inquietante la leggenda della sfida tra la Madonna e il
Diavolo.
TI PORTO A
VEDERE "EL DIAUL"
È una storia che tutti i
genitori raccontano al bambini prima o poi. Dicono:
"Sai, da piccolo sono stato a Castelmonte. Adesso ti
porto a vedere el diaul". Si monta in
macchina, si allaccia la cintura... "Allora, papà,
me la racconti?". Non è ora: la prima puntata parte
dal "Ponte del Diavolo" di Cividale che, con i
suoi archi rossi di mattoni, sembra un ragnone dalle
zampe lunghe.
Eccoci, possiamo cominciare.
"Un giorno il diavolo sfidò la Madonna. Le si mise
di fronte e propose: Vediamo chi arriva per primo
sulla cima di Castelmonte. Chi vince avrà la città di
Cividale. La Madonna accettò la sfida e volarono
via da questo ponte...".
E qui bisogna che il narratore si
interrompa, nonostante le proteste dei bambini. Si
riprende dopo qualche chilometro, a metà della salita al
Santuario in una località chiamata Portici, davanti a un
sasso con una strana impronta. "La Madonna volò
rapida in alto. Si appoggiò solo una volta a metà monte
su questo sasso che porta il segno del suo piede".
"E il Diavolo?". "Anche lui spiccò il
volo...".
Bambini, dovete aver pazienza: la
terza puntata si racconta al Santuario, scendendo dritti
dritti nella cripta dove un arcangelo Michele di legno
schiaccia un diavolo così nero e cattivo - mezzo vampiro
e mezzo pipistrello - da suscitare quasi
simpatia. "...Anche il Diavolo salì velocemente, ma
allatterraggio trovò la Madonna che era già
arrivata e stava ad aspettarlo. Sconfitto, andò a
sprofondarsi nellinferno aprendo la voragine
chiamata "buco del diaul".
I bambini non fanno più domande
e contemplano il povero demonio... I grandi sanno che.
probabilmente, questa leggenda è nata dagli spaventi
provocati dalle invasioni barbariche, quando le orde
passavano veloci seminando danni e terrore. È una storia
rassicurante: i buoni che abitavano qui hanno vinto, e
qui sono rimasti.
LA MADONNA
"VIVA"
Ma ora dobbiamo risalire in
chiesa per incontrare la padrona di casa raffigurata
nella statua sullaltare che la gente chiama
"la Madonna viva".
Non stupisce che la chiamino
così: è una robusta madre friulana intenta ad allattare
il suo Bambino mettendogli una mano sul sederino nudo. Ha
molti anelli infilati nelle dita e pietre dure sulla
corona. La statua, pesantissima, è di pietra compatta e
fino al secolo scorso veniva vestita con abiti di colore
differente a seconda delle festività.
È letteralmente sommersa dai
fiori: la gente è generosa con la sua Madonna che qui al
Monte è venerata intera, senza una connotazione
specifica: non come Assunta, non come Addolorata, non
come protagonista di unapparizione e neppure come
autrice di un grande miracolo.
IL MONTE
DEGLI EREMITI
È possibile che nella preistoria
(precisamente nelletà dei metalli) Castelmonte
fosse un "castelliere", cioè un villaggio
fortificato arroccato alla cima di un colle.
Probabilmente fu anche un
castello, una piccola fortificazione romana (castello è
il diminutivo di castrum) costruita a scopo di
difesa allepoca delle invasioni barbariche o
durante la dominazione longobarda. Purtroppo, queste sono
solo ipotesi, perché sul colle non si è trovato alcun
reperto che possa confermarle (negli anni 60,
tuttavia, nel corso di scavi per la sistemazione
dellarea circostante la chiesa, sulla sommità del
colle, vennero rinvenuti tratti di pavimentazione romana
in cocciopesto Ndr).
Nel Friuli la devozione alla
Madonna ha certamente origini antichissimo. Cividale già
dal IV secolo ospitava una forte comunità cristiana e
nel vicino Patriarcato di Aquileia il culto mariano era
ferventissimo. Non era raro che sulle montagne si
stabilissero eruppi di eremiti e, infatti, anticamente
Castelmonte si chiamò anche "Monte degli
eremiti".
EREDITA
E MERCATI
Le testimonianze più antiche
descrivono il Santuario come una tra le chiese di maggior
reddito del Patriarcato di Aquileia. Nel 1253 passò
sotto il Capitolo di Cividale che nel 1296 vi fece
eseguire grandi lavori.
Il 10 agosto 1296 una certa
Irmingard, detta Tiros, moglie di Marzutto, fornaciaio di
calce nel borgo Ponte di Cividale, nel testamento
lasciava due libbre di olio per 1illuminazione di
Santa Maria del Monte (antica denominazione di
Castelmonte), lasciando una donazione identica anche al
duomo di Cividale.
Unaltra cividalese,
Benvenuta Boiani, terziaria domenicana morta nel 1292, da
giovane era stata in pellegrinaggio a Castelmonte. Una
volta immobilizzata dalla paralisi, ogni giorno dal
giardino di casa alzava le mani e pregava in direzione
del Santuario.
La testimonianza più curiosa
viene da un manoscritto in lingua friulana compilato da
un grammatico del Trecento che insegnava alla scuola
notarile di Cividale. Casualmente ci informa che tra i
pellegrini si trovavano spesso anche stranieri. Infatti
chiede ai suoi allievi di tradurre questa frase: "Un
giorno che io andavo al Monte mi sono incontrato in due
tedeschi, uno dei quali aveva la barba e laltro
no".
Le prime indulgenze legate al
Santuario furono concesse nel 1247 da papa Innocenzo IV.
Le Confraternite salivano in processione accompagnate da
un predicatore soprattutto nelle quattro feste della
Madonna: Purificazione (2 febbraio), Annunciazione (25
marzo), Assunzione (15 agosto) e Natività di Maria (8
settembre).
Le folle erano particolarmente
numerose in occasione dei grandi mercati franchi che
duravano tre giorni interi e che si tenevano ogni anno a
Cividale nella festa di S. Michele (29 settembre) della
Purificazione (2 febbraio) e di S. Maria del Monte (8
settembre). Un po alla volta questultima
solennità divenne talmente importante da venire
considerata ufficialmente come la data di scadenza dei
contratti.
STRADINI PER
FORZA
La strada che portava al
Santuario fu sempre in qualche modo carreggiabile: i
contadini la percorrevano coi carri portando a valle
carichi di legna, di fieno o di carbone di legna che
veniva fatto sui monti. Nei documenti antichi troviamo
spesso lamentele contro i carrettieri che nella discesa
strisciavano a terra un palo come freno danneggiando
gravemente il fondo.
Ogni anno era necessario
provvedere alla manutenzione: i sei Comuni della zona
inviavano gratuitamente manodopera al Santuario che a sua
volta, per sdebitarsi, regalava a ciascun Comune
"una secchia di vino e soldi venti di pane di
regalia". Gli stradini erano di tutti i generi: chi
lavorava per pura devozione, chi lo faceva come penitenza
dopo essersi confessato e chi lo faceva per pagare una
multa che gli era stata imposta dal giudice.
Sulla strada cerano le
Madonne segnavia ("odigitrie", in greco),
bassorilievi collocati ai crocevia per indicare il
percorso ai pellegrini. Se ne conservano ancora quattro.
IL FULMINE
Nel 1469 un fulmine si abbatté
sul campanile e incenerì la statua di legno della
Madonna. Costernati, i Cividalesi vi lessero un presagio
di sventura e pensarono alla ricostruzione:
lindomani stesso il Capitolo di Cividale deliberò
che tutto il frumento dei granai capitolari venisse
venduto per ricostruire la chiesa e, dal momento che i
fondi non bastavano, si mandarono due frati alla questua.
Mentre procedevano i lavori, tre orde di Turchi
seminarono il terrore nel 1469, nel 1472 e nel 1476.
La ricostruzione riprese dopo la
pace tra i Turchi e Venezia conclusa nel 1479.
Quellanno si tenne un solenne "perdono" e
ben 50.000 pellegrini vennero a inginocchiarsi davanti
alla nuova statua della "Madonna viva" che
vediamo ancora oggi. Si decise di fortificare la montagna
e di costruire sul bastione la grande "casa del
pellegrino". Ma i dormitori non bastavano per tutti.
Vi alloggiavano solo i più fortunati e quelli che -
anche se era proibito - allungavano una mancia ai
sacrestani.
La povera gente dormiva nella
chiesa, nel portico e sulle gradinate. Luso di
trasformare la chiesa in dormitorio durò, si può dire,
fino ai nostri giorni.
Quanto al cibo, la gente se lo
portava, ma non mancavano le osterie, quella ufficiale
gestita dal sacrestano e altre gestite da privati. In
occasione delle grandi feste arrivavano da Cividale anche
molti venditori ambulanti di pane, dolci, frutta e
bevande. Ci fu anche chi sfruttava i pellegrini
ripulendoli dei pochi soldi imponendo prezzi esosi.
Unabitudine dura a morire
fu quella di scrivere sui muri: il Patriarca Francesco
Barbaro, quando venne in visita nel 1594, rimase
letteralmente inorridito e ordinò subito di cancellare
le scritte.
LA GOGNA
SULLA PIAZZA
Nel 1608 il Capitolo di Cividale
fece costruire sul piazzale del pozzo una
"gogna" sulla quale venivano esposti i
delinquenti intrappolati per le mani e la testa. Quattro
anni più tardi il Provveditore di Cividale ordinò che
venisse demolita, ma il Capitolo fece ricorso - e vinse -
al Tribunale di Venezia. La berlina ripristinata venne
usata con tanta frequenza che sessantanni più
tardi fu necessario ricostruirla. Fu demolita solo
allarrivo delle truppe francesi che distrussero
tutti i simboli feudali.
Il Seicento fu un secolo di
peste: per timore delle epidemie, al Castello vennero
"sigillate le robe" per ben tre volte: nel
1631, nel 1634 e, alla fine del 1681, quando arrivarono i
cappelletti. Questi erano soldati veneziani
messi a presidiare i confini con lAustria da cui il
contagio proveniva. Ma il rimedio fu peggiore del danno
perché, come scrisse un cronista i
cappelletti "portarono danni non
interiori a quelli della peste stessa".
PATATE E MAIS
CONTRO LA CARESTIA
Con la peste arrivò la carestia:
una fame atroce travagliò questi monti nel 1664 e nel
165, (tanto che gli amministratori dovettero rifornire di
biade i contadini. Anche il 1671 fu un anno
difficilissimo: per fortuna (seppure tra contrasti) si
era appena cominciato a introdurre la coltivazione del
granoturco, mentre della patata non si parlava ancora. In
seguito questi due prodotti si rivelarono preziosi nella
battaglia contro fame. Nonostante le ricorrenti
disgrazie, nel Seicento si abbellì la chiesa
aggiungendovi pulpiti, finestre, ex-voto e torce appesi
alle pareti. Purtroppo, ci furono anche furti tra gli
oggetti preziosi e le elemosine.
Il 13 aprile 1681 al Santuario ci
fu una grande festa: davanti a migliaia di persone venne
battezzato un giovane turco (non si sa se prigioniero o
disertore) col nome di Giovanni Maria. Il Capitolo lo
rivestì da capo a piedi e stanziò a suo favore dei
sussidi
GLI ZOCCOLI
PER I CAPPUCCINI
Nel 1614 i Cappuccini avevano
aperto un convento a Cividale nella chiesa del Redentore
(che ora è la chiesa di S. Pietro in Volti e che fu
chiuso dalle soppressioni nel 1769). I frati salivano
spesso al Monte accompagnando gruppi di pellegrini e,
poiché andavano sempre a piedi scalzi, nel 1640
lamministrazione del Santuario fece fare delle
pianelle di legno perché i frati potessero calzare
durante la celebrazione del messa.
Nel Settecento continuò il
brutto vizio di portare armi allinterno del
Castello. Nelle osterie scorreva molto vino e le armi
favorivano le risse. I litigiosi venivano puniti (il
Castello aveva una prigione), ma le risse si ripetevano.
Per creare un servizio dordine, nel 1710 vennero
acquistate a Venezia 13 lombarde (alabarde) e 12 canne da
moschetto che furono poi attrezzate sul posto e che
servivano anche per gli "sbari", spari di gioia
per le grandi feste.
L8 settembre 1732 il
pavimento del portico crollò portando gravi lesioni alla
facciata che venne ben presto ricostruita.
IL SECOLO DEL
"TE DEUM"
LOttocento fu il secolo del
Te Deum. Arrivava Napoleone? Nelle chiese si
cantava il Te Deum. Ritornava il dominio
austriaco? Te Deum di nuovo. Nel 1848 scoppiava la
rivoluzione anti-austriaca? Altro Te Deum. Gli
austriaci vincevano? Te Deum. nonostante la
tristezza.
Il Te Deum più sincero fu
sicuramente quello che si cantò nel 1813, quando cadde
Napoleone il quale, nel 1813 aveva sottratto
allAustria il Veneto e il Friuli annettendoli al
Regno dItalia. Per tutti gli otto anni che
seguirono il Santuario ebbe vicende amare. I francesi
rapinarono gli argenti delle chiese e la gente,
inorridita, parlò del sacrilegio per almeno cento anni.
La caduta di Napoleone portò
unondata di sollievo generale. Il Capitolo di
Cividale, rientrato in possesso del Santuario, si occupò
subito dei restauri. In seguito alla terribile fame
dellinverno del 1817 si dovette anche allargare il
cimitero.
IL SACRISTA
CHE NON ANDAVA IN CHIESA
Finalmente si arrivò al
Risorgimento. Già da prima del 1848 i Friulani
sopportavano male larroganza del dominio austriaco.
La zona del Monte divenne un nascondiglio per i
cospiratori anti-austriaci e, quando si giunse alla
sospirata indipendenza, tutti ne furono entusiasti.
Il Risorgimento aveva portato con
sé anche fortissime ondate anti-papali che ebbero echi
fino al Santuario. Lo si legge nella lettera di un prete
che, nella seconda metà dellOttocento, si
lamentava energicamente del nuovo andazzo nella famiglia
del sacrista: il padre aveva un pessimo carattere, era
incorreggibile e non andava mai in chiesa, mentre il
figlio - Segretario del Municipio - era addirittura un
mangiapreti.
Ancor peggio: le guardie di
finanza che si erano stabilite al Castello per vegliare
sui contrabbandieri, "contrabbandavano largamente lo
spirito licenzioso e irreligioso del momento".
Lanticlericalismo delle
autorità locali giunse a proibire i pellegrinaggi. Nel
1873 un imponente spiegamento di forze impedì di salire
al Monte a un folto gruppo di pellegrini che tornò a
casa scandalizzato. Ma lAssociazione Cattolica
Friulana trovò un rimedio a questo problema indicendo
ricorrenti "pellegrinaggi spirituali" a
Lourdes, a Loreto, a Castelmonte. Nessuno ci andava col
corpo, ma ci si poteva andare col pensiero. Nel 1867 il
Capitolo di Cividale fu soppresso e il Castello con le
sue adiacenze passò al Demanio nazionale. Nel 1878 il
comune di Castelmonte venne assorbito in quello di Prepotto.
I CAPPUCCINI
Nel 1913 il Santuario fu dato in
custodia ai Cappuccini. Il pioniere fu p. Eleuterio che
vi giunse a 38 anni (nel 1913) e morì a 60 (nel 1935).
Grazie al suo interessamento Castelmonte ebbe
lelettricità (nel 1927), la scuola elementare e
lufficio postale. Durante la prima guerra mondiale
il Santuario si trovò vicinissimo ai sanguinosi campi di
battaglia. Durante la seconda divenne la meta di
pellegrinaggi di madri e fidanzate che pregavano
angosciate per i loro cari al fronte.
Castelmonte fu bombardata dopo
l8 settembre del 43 quando i tedeschi si
accorsero che al suo interno si rifugiavano partigiani
jugoslavi. Il Castello fu preso a cannonate, ma il
bombardamento non durò molto anche perché la culatta di
un cannone scoppiò quasi subito uccidendo un tedesco.
La popolazione e i Cappuccini si
erano rifugiati nella cripta dove era stata portata anche
la statua che vi rimase per un anno e mezzo. Il 5 luglio
1945 dopo un solenne pontificale venne riportata nella
sua nicchia che nel frattempo era stata ingrandita e
abbellita con laggiunta di un mosaico.
di Luciana Lain
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